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C’eravamo tanto amati – Ettore Scola

 

Un racconto dolceamaro dell’Italia all’indomani della Resistenza. Voto UvM: 5/5

 

 

 

 

Italia del dopoguerra.

Antonio lavora come portantino in un ospedale di Roma e nel tempo libero milita nei partiti di sinistra, Nicola è un insegnante di provincia e appassionato di cinema e trova in quest’ultimo la migliore arma politica, Gianni è invece tirocinante in uno studio legale della capitale.

Cosa accomuna questi tre personaggi dal retroterra così diverso? La passione per Luciana, aspirante attrice, ma ben più significativa l’amicizia maturata combattendo fianco a fianco nei giorni della Resistenza.

I tre si ritroveranno tutti assieme quasi trent’anni dopo quando ormai lo scenario nazionale è ben cambiato e gli alti ideali di rivoluzione sociale si sono ormai scontrati col muro della dura realtà quotidiana.

 

 

Se le vite dei primi due non hanno subito grandi rivolgimenti, quella di Gianni è stata la tipica parabola del self made-man, del giovane avvocato che si avvia alla carriera con la speranza di essere diverso dagli altri, salvo poi rivelarsi anche peggio e trasformarsi nel nemico per cui i tre avevano tanto combattuto in passato: un padrone.

In C’eravamo tanto amati la microstoria, quella dei nostri personaggi, si intreccia alla macrostoria, quella delle vicende nazionali ( la resistenza, la liberazione, gli anni del dopoguerra con i cambiamenti politici ed economici), nonché a quella che ormai è la storia del cinema italiano, che il regista omaggia con vari riferimenti.

Notevoli a questo proposito i cameo di Marcello Mastroianni, Federico Fellini e Vittorio de Sica, a cui la pellicola è dedicata. Scola si distacca però dal padre del Neorealismo per diversi aspetti.

Gioca innanzitutto col passaggio dal bianco e nero al colore per raccontare lo scorrere del tempo.

Ferma l’azione per svelare i pensieri dei personaggi e fa parlare questi con lo spettatore proprio come accade a teatro.

Ciò gli è permesso grazie alla bravura magistrale di attori come Nino Manfredi, Aldo Fabrizi, Stefano Satta Flores e un impareggiabile Vittorio Gassman.

 

 

Una satira amara dai dialoghi brillanti sul naufragio del sogno di un’Italia diversa, sulla cultura in mano al perbenismo dominante, su tanta sinistra che stenta a decollare perché frammentata da polemiche sterili e lotte interne, impegnata a fare a botte mentre il ricco si abbevera beato alla fontana del benessere.

Ma …“ il vero nemico sono io- dice Gianni- con me ve la dovete prendere!” Il vero nemico è il fascismo che ancora resiste, che si nasconde dietro l’ombra del sopruso e della corruzione e grida “Io nun Moro”.

Se Gianni e Nicola – il ribelle imborghesito e il radical chic- rappresentano il fallimento degli ideali della Resistenza, una speranza è forse riposta nell’uomo comune, Antonio, nelle rivoluzioni quotidiane scandite dalle note della splendida colonna sonora di Trovajoli.

 

 

Ma forse anche nel cinema, capace di rispecchiare più di ogni altra cosa lo spirito del tempo.

Angelica Rocca

 

di Recensioni

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