Federico II di Svevia il sovrano che diede lustro alla Sicilia
Federico II di Svevia in trono. Fonte: santippe.it

Federico II: il sovrano che diede lustro alla Sicilia

Il sentire comune definisce la Sicilia terra di mare, buon cibo e arretratezza d’economia e di pensiero. Agli albori del 1200 un sovrano le regalò lo splendore che essa meritava. Sotto il dominio di Federico II di Svevia la Sicilia fiorì dal punto di vista economico e culturale trasformando la corte di Palermo nella sede di intellettuali, artisti e poeti più rinomati di tutto il regno.

Federico II di Svevia e il lustro di Sicilia

La corte era organizzata attorno ad una serie di funzionari regi che promuovevano la sua affermazione economica e culturale. Grazie all’ambiente costruito da Federico II nasce la prima esperienza letteraria in volgare ispirata alla lirica provenzale: la scuola poetica siciliana.

I temi più ricorrenti sono l’amore e la passione espressi attraverso la forma metrica del sonetto. La lingua utilizzata era quella siciliana dal punto di vista fonetico arricchita di latinismi e provenzalismi.

Federico II promosse una serie di iniziative artistiche che avrebbero dovuto abbellire il regno di Sicilia con la loro raffinatezza ed eleganza. Primo fra tutti il Castel del Monte, una costruzione iniziata nel 1240 dotata di una pianta i cui vertici di ogni lato possedevano una torre angolare. Risalta all’occhio l’ampio cortile centrale e l’arco acuto tipico dell’architettura gotica.

A continuazione il Castel Maniace, situato a Siracusa e realizzato nel 1234, presenta una pianta regolare con delle torri angolari nonostante il progetto originario fosse quello di realizzare un grande spazio voltato con delle campate quadrate. Da notare alcuni aspetti sofisticati come la compattezza planimetrica e i dettagli ornamentali.

Interno di Castel Maniace con veduta delle campate e dei capitelli “a crochet”. Fonte: stupormundi.it

Lo “Stupor Mundi” – l’uomo moderno del Medioevo

Le riforme di Federico II non si concentrarono unicamente sull’architettura e sull’arte bensì su tutto il territorio.

A cominciare dal progetto di unificazione del regno per poi passare al rafforzamento del potere monarchico e alla creazione di una legislazione universale. Il codice di leggi da lui adottato si rifaceva al diritto romano e a quello normanno; ciò conferì al regno un carattere autoritario e centralizzato.

Una centralità che giovò anche dal punto di vista socio-culturale e svolse il ruolo di compattezza e integrazione della popolazione che finalmente si sentì parte di un territorio non più frammentato.

Nonostante tali cambiamenti, nella scuola siciliana il tema politico è totalmente assente. Il tema dell’amore viene posto su un gradino superiore a causa del suo particolare prestigio. I poeti manifestano il desiderio di vivere l’amore con distacco dal contesto sociale facendo prevalere la sfera intima e privata.

L’uomo dell’inizio – Giacomo da Lentini

Nella scuola poetica siciliana di Federico II, sono numerosi gli illustri letterati che ne fanno parte ma, quello che può essere definito il capostipite di un’intera tradizione, è Giacomo da Lentini.

Incipit della canzone di Giacomo da Lentini “Madonna dir vo voglio”, Manuscript Palatino 418, (ora Banco Rari 217, c. 21v ). Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Fonte: wikimediacommons.org

 

Egli, come suggerisce il nome, nacque a Lentini, una cittadina in provincia di Siracusa, fu notaio presso la corte di Federico II e questo gli valse l’appellativo di “notaro”, così citato anche da Dante nel XXIV canto della Divina Commedia.

“O frate, issa vegg’io”, diss’elli, “il nodo
che ’l Notaro e Guittone e me ritenne
di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo!”

La poetica di Giacomo Lentini, espressa nel suo Canzoniere, riunisce tutti i temi e le soluzioni formali che ebbero diffusione tra tutti i poeti siciliani. In esso si trova il paradosso dell’incomunicabilità, secondo cui il poeta non può dichiarare il suo amore senza svilire sé stesso e la donna amata, riassunta mirabilmente nel verso:

 Amor non vole ch’io clami
merzede c’onn’omo clama,
né che io m’avanti c’ami,
c’ogn’omo s’avanta c’ama

(Amor non vole ch’io clami)

Ma anche il motivo che sarà cardine del “stilnovismo” dell’ineffabilità del sentimento espressa nella canzone Madonna, dir vo voglio:

Lo meo ’namoramento
non pò parire in detto

Al Notaro è attribuito anche il vanto d’essere l’iniziatore di una tradizione poetica complessa e definita “chiusa” (trobar clus, ripresa dalla tradizione provenzale) che avrà il suo culmine in Guittone d’Arezzo.

Infine, e non per ordine d’importanza, al poeta federiciano è attribuita l’invenzione di una forma metrica che sarà alla base di tutta la tradizione poetica italiana, il sonetto.

 

Alessandra Cutrupia

Gaetano Aspa

 

 

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