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Roberta Metsola è il nuovo presidente del Parlamento europeo, il primo di nazionalità maltese. Dopo l’elezione, la polemica

La terza donna presidente, nella storia, scelta per la guida del Parlamento Europeo e la prima persona di nazionalità maltese: parliamo di Roberta Metsola, esponente dei Popolari (Ppe), è lei il successore dell’ex presidente europeo David Sassoli, scomparso pochi giorni fa dopo una lunga malattia. Eletta con 113 voti in più rispetto al suo predecessore, per di più nel giorno del suo quarantatreesimo compleanno, il 18 gennaio scorso, risulta essere anche il più giovane presidente donna dell’Assemblea di Strasburgo.

Roberta Metsola è la più giovane tra i presidenti della storia del Parlamento Ue (fonte: leggo.it)

L’elezione a Strasburgo è il coronamento di una carriera brillante

Le altre candidate erano la svedese Alice Kuhnke, per i Verdi, e la spagnola Sira Rego, per La Sinistra, che hanno ottenuto rispettivamente 101 e 57 sì. Ben 458 voti, invece, quelli a favore, su un totale di 617, per l’eurodeputata maltese Metsola. La sua elezione è stata improvvisa e necessaria per la scomparsa di Sassoli. In onore di quest’ultimo ha riservato il suo primo intervento appena dopo l’ottenimento della carica, durante la plenaria del 18 gennaio, pronunciando un discorso di commiato proprio in italiano:

“La prima cosa che vorrei fare, come Presidente, è raccogliere l’eredità che ci ha lasciato David Sassoli. Lui era un combattente per l’Europa. Credeva nel potere dell’Europa. Grazie David! Voglio che le persone recuperino un senso di fede ed entusiasmo nei confronti del nostro progetto. Credo in uno spazio condiviso più giusto, equo e solidale.”.

La politica è parte fondamentale dell’intera quotidianità della neopresidente: ironia della sorte, il marito, Ukko Metsola, è anche lui politico, europarlamentare (finlandese), con il quale ha avuto quattro figli. Una carriera, quella di Roberta Metsola, costellata da importanti traguardi, di cui quest’ultimo mandato europeo costituisce un coronamento. Ha mosso i suoi primi passi divenendo membro della formazione giovanile del Partito Nazionalista (Moviment Zgħazagħ Partit Nazzjonalista) e dell’European Democrat Students, per cui è stata anche segretario generale. Un’importante conferma del suo grande talento arrivò già il 12 novembre del 2020, quando, a soli 41 anni, divenne la prima vicepresidente vicaria del Parlamento Europeo.

 

Il discorso da neo presidente

Appena eletta, la Metsola, di fronte all’Assemblea ha tenuto un discorso con il quale ha toccato tematiche attualissime in Europa, come quella dell’antieuropeismo e della disinformazione, combattute tenacemente, come lei stessa ha ricordato, da Sassoli:

“Dobbiamo controbattere la narrativa antieuropeista che si diffonde così rapidamente. – ha dichiarato sempre in italiano – La disinformazione che si è diffusa durante la pandemia ha alimentato il nazionalismo, l’autoritarismo, il protezionismo. Sono illusioni false che non offrono soluzioni, perché l’Europa è esattamente l’opposto di questo.”.

 

(fonte: quifinanza.it)

Poi l’accento su clima e transizione energetica. Ha sottolineato l’importanza del “green deal”, del lottare uniti contro i cambiamenti climatici, anche sostenendo l’economia.

Ha parlato di immigrazione, dicendosi fiduciosa verso l’ipotesi di trovare, all’interno del Parlamento, entro i prossimi due anni e mezzo, un accordo, una maggioranza, trovata in realtà cinque anni fa, ma poi bloccata. Riguardo la proposta di alcuni Paesi membro dell’Ue, che chiedono di finanziare la costruzione di muri ai confini, la Metsola si è dichiarata contraria, pur riconoscendo che alcuni Stati vivono situazioni difficili e che per questo vanno comunque aiutati:

«Per me la protezione della vita viene prima di tutto. Non possiamo avere una politica di migrazione che non dà valore alla vita, ma nemmeno lasciare soli ad affrontare una sfida enorme i Paesi di frontiera. Gli altri Stati non possono abbandonarli, pensando che non sia anche un problema loro. – ha detto – Ci sono molti strumenti, ma non dobbiamo mai dimenticare che si tratta di esseri umani.».

Così, ha parlato anche delle Ong che intervengono nel Mediterraneo per salvare i migranti in pericolo e della necessità di trovare una soluzione al più presto, magari aprendo un dialogo approfondito con i Paesi di partenza, di transito e di arrivo dei flussi di immigrazione, per impedire che le partenze per l’Europa siano viaggi in cui le persone rischino la vita. Non più.

 

La polemica

Subito dopo l’elezione, sono arrivati i primi commenti dal mondo della politica, si è accesa inoltre la polemica, in particolare su certe dichiarazioni della Metsola in merito al diritto all’aborto. Dopo le vicende che hanno scosso l’Europa, in particolare, la Polonia, la presidente sembra voler cambiare linea, più precisamente, farsi portavoce del pensiero della maggioranza del Parlamento europeo, dichiarando che fino ad oggi si era schierata come sostenitrice delle posizioni antiabortiste perché largamente diffuse nel suo Paese, Malta, dove l’aborto è illegale:

«Da eurodeputata maltese, ho difeso una posizione nazionale. Ora che sono presidente del Parlamento europeo non voterò più su questo tema e difenderò all’esterno la posizione dell’istituzione da me guidata.».

Dunque, a Malta, la questione è più intricata di quanto sembri:

«C’è un protocollo – ha rivelato la Metsola – che noi tutti eurodeputati maltesi siamo costretti a seguire. Non bisogna votare provvedimenti che possano portare a un dibattito sull’aborto a Malta. Perché un dibattito su questo tema deve rimanere a livello nazionale. Ma adesso ho una responsabilità e per mantenere l’oggettività non voterò più su questi rapporti e su queste risoluzioni. Voglio difendere l’uguaglianza tra i sessi. E lo farò sempre e ovunque». Queste, dunque, le intenzioni del nuovo presidente.

Il presidente francese Emmanuel Macron, in merito a queste dichiarazioni, durante la plenaria ha suggerito, probabilmente riferendosi direttamente all’appena eletta presidente, di inserire nella Carta dei Diritti fondamentali europea il diritto all’aborto e la protezione ambientale: «A 20 anni dalla proclamazione della Carta, vorrei che fosse aggiornata con un riferimento esplicito all’ambiente e al riconoscimento del diritto all’aborto.».

I due sono stati insieme protagonisti di un’altra polemica, scoppiata in occasione della presentazione del semestre francese di presidenza Ue. Dopo aver letto un discorso durato due minuti e mezzo, il capo dell’Eliseo ha alzato i tacchi e ha abbandonato la sede francese del Parlamento europeo. Presente appunto anche la neo eletta Metsola, che ha seguito Macron. Diversi giornalisti hanno abbandonato in segno di protesta la sala stampa del Parlamento europeo di Strasburgo. La reazione a caldo della Federazione internazionale dei giornalisti è stata:

(fonte: europa.today.it)

“Non puoi dire che ti interessa la libertà dei media e poi non rispondere alle domande dei giornalisti alle conferenze stampa”

Ora tre donne guidano l’Europa

Con la nomina della maltese, sono diventate tre le donne che guidano le principali istituzioni comunitarie: oltre Metsola, Lagarde e Von der Leyen.

(fonte: parismatch.com)

Che sia stata eletta una donna per una carica tanto importante per la vita di milioni di persone, è sicuramente un dato positivo, una voce femminile in più. Però, ogni donna è diversa dalle altre e come ogni persona, indipendentemente dal genere, ha pregi e difetti e opinioni personali anche non rappresentative di tutto una categoria, se di categorie si può parlare.

Il presidente Metsola è una figura complessa come la complessa politica maltese, per la quale è una “nazionalista”, mentre lei si definisce democristiana. La sua ideologia sembra, in effetti, quelle di una persona di sinistra, anche alla luce delle ultime dichiarazioni. Le sue opinioni personali contrarie all’aborto rispecchiano, dunque, una mentalità ancora molto diffusa a Malta, ma l’impegno a rispettare la posizione del Parlamento europeo su ciò, come anche su altri temi, sembra molto concreto.

Almeno per ora, sembra che vi sia la volontà di continuare una missione che anche Sassoli aveva promesso di portare a termine, in nome di un’Europa più proiettata verso libertà, sicurezza e uguaglianza.

 

Rita Bonaccurso

 

L’eruzione del vulcano Hunga e gli tsunami nel sud Pacifico. Cosa sappiamo sinora

4 giorni fa si è verificata una potente eruzione vulcanica nei pressi di Tonga, un piccolo arcipelago del Pacifico situato a pochi chilometri di distanza dal vulcano sottomarino Hunga Tonga-Hunga Ha’apai, provocando nel giro di pochi minuti un’onda anomala di 1,2 metri che si è abbattuta sulle coste di Nuku’alofa, capitale dell’isola maggiore Tongatapu.

L’eruzione di sabato 15 gennaio – seguita da un’altra lunedì 17 – non è un caso isolato: il vulcano era stato dichiarato attivo già lo scorso 20 dicembre, ma per gli esperti soltanto pochi giorni fa si è verificata una delle più violente attività vulcaniche registrate negli ultimi 30 anni. Un’eruzione storica che ha costretto a diramare l’allarme in un’ampia area del Pacifico, dalla vicina Nuova Zelanda a tutta la West Coast americana.
La situazione al momento è ancora critica, anche a causa di un blackout delle comunicazioni che impedisce di avere un bilancio certo di morti, feriti e dispersi. Tra le prime vittime ci sarebbero tre donne.

Le conseguenze dell’eruzione

Tonga è un arcipelago di 169 isole situato a 2.300 chilometri a nord dalla Nuova Zelanda e abitato da circa 100.000 persone. Il vulcano sottomarino si trova circa 65 chilometri a nord dell’isola principale e prima di eruttare in maniera violenta lo scorso sabato era rimasto inattivo per ben 7 anni.

Non è ancora stato possibile determinare l’entità ufficiale dell’eruzione che ha segnato il risveglio della caldera dell’Hunga-Tonga-Hunga-Ha’apai, così come non è ancora chiaro se il vulcano abbia raggiunto il culmine della sua attività.

Il fatto che l’evento vulcanico abbia provocato una fuoriuscita di cenere, vapore e gas a circa 30 chilometri nell’atmosfera indica che «è stata molto potente», ha detto Heather Handley, vulcanologa della Monash University in Australia. L’area è quindi al momento ricoperta da una grossa nuvola di ceneri vulcaniche, che mettono a rischio la qualità dell’acqua e dell’aria sul territorio e rendono i soccorsi aerei particolarmente difficoltosi: «Tonga ha bisogno di assistenza immediata per fornire ai suoi cittadini acqua potabile e cibo», ha affermato in una dichiarazione pubblicata sui social media il presidente della Camera di Tonga, Lord Fakafanua, aggiungendo inoltre che «molte aree» sono state colpite da «una sostanziale caduta di cenere vulcanica» ma «l’intera portata del danno alle vite e alle proprietà è attualmente sconosciuta».

Fuga dalle coste e blackout

Preoccupate sono anche le organizzazioni umanitarie, soprattutto per il gruppo di isole periferiche Ha’apai – più vicine al vulcano – dalle quali non si sono ancora avute notizie, fatta eccezione per un segnale di richiesta di soccorso rilevato nelle isole di Mango e Fonoi, aventi un centinaio di abitanti complessivo e un basso livello del mare.

Le immagini diffuse dai giornalisti online mostrano auto travolte dall’acqua, grandi onde che si infrangono a riva nelle zone costiere di Nuku’alofa e persone in fuga.

Un residente di Tonga racconta:

«Sembrava un’esplosione. Il terreno e la casa intera hanno iniziato a tremare. Mio fratello ha pensato che fossero delle bombe esplose lì vicino, ma abbiamo subito capito che si trattava di uno tsunami dopo aver visto l’acqua entrare da tutte le parti. Abbiamo udito le urla delle persone tutt’intorno e molte persone hanno iniziato a fuggire verso le montagne».

Anche il re di Tonga (lo Stato è una monarchia costituzionale), Tupou VI, è stato evacuato dal palazzo reale di Nuku’alofa e scortato in una villa lontana dalla costa da un convoglio della polizia.

Un blackout quasi totale di energia elettrica, linee telefoniche e servizi Internet è stato inevitabile per molte zone di Tonga, il che significa che le informazioni che si ricevono dal regno polinesiano sono scarse e continueranno ad esserlo probabilmente per altre due settimane, tempo stimato per ristabilire le comunicazioni. La causa principale sarebbe la distruzione di un cavo sottomarino nelle vicinanze del vulcano.

Gli aiuti dalla Nuova Zelanda

Dopo i gravi danni che sono stati segnalati dalla costa occidentale di Tongatapu e la successiva dichiarazione dello stato di emergenza, è attualmente in corso un’operazione di pulizia nella capitale.

Australia e Nuova Zelanda hanno inviato aerei di ricognizione per valutare la situazione e oggi, martedì 18 gennaio, i ministri hanno confermato la spedizione di due navi militari neozelandesi per fornire supporto con il trasporto di acqua fresca, provviste di emergenza e squadre di sub. La permanenza prevista è di tre giorni; questo perché il Vicecapo Missione di Tonga in Australia, Curtis Tu’ihalangingie, ha reso nota la preoccupazione che aiuti e consegne possano diffondere i contagi da Covid-19 in una nazione risparmiata dalla pandemia per tutto questo tempo:

«Non vogliamo portare un’altra ondata – uno tsunami di Covid-19», ha detto, esortando il pubblico ad aspettare che un fondo di soccorso in caso di calamità venga donato.

Tre vittime

Le prime ricognizioni effettuate nell’area sembrano escludere un bilancio catastrofico in termini di vite umane, anche se il Ministero degli Affari Esteri e del Commercio ha confermato già due decessi.

Angela Glover, vittima dello tsunami. Fonte: notizieaudaci.it

Una delle vittime è la cinquantenne britannica Angela Glover, che sarebbe stata spazzata via dallo tsunami nel tentativo di salvare i cani del suo rifugio per animali. Il corpo è stato ritrovato dal marito James, con il quale viveva a Tonga dal 2015 e co-gestiva un negozio di tatuaggi nella capitale.
In Perù, a più di 10.000 chilometri di distanza, altre due donne sono annegate sulla spiaggia di Naylamp, nella città settentrionale di Lambayeque, a causa delle onde anomale dovute all’eruzione.

Allerta nel “Ring of Fire”

L’eruzione vulcanica ha provocato onde di tsunami in molti Paesi del cosiddetto ‘’Ring of Fire’’: «la zona più sismicamente e vulcanicamente attiva al mondo», a detta dello United States Geological Survey.

In questi giorni sono scattati piani di emergenza in Paesi come il Cile, l’Australia e l’Alaska, dove gli esperti del National Weather Service di Anchorage hanno registrato il boato che sabato ha avuto origine dal vulcano. Il che significa che il suono ha viaggiato per più di 9.300 chilometri.

Le spiagge restano chiuse in molte località, dove le onde hanno distrutto le imbarcazioni dei porti turistici, dalla Nuova Zelanda al Giappone. In California, è stata colpita da inondazioni la città di Santa Cruz. Mentre le Hawaii non hanno riportato danni, soltanto la segnalazione di «piccole inondazioni» in tutte le isole.

Un parcheggio del porto di Santa Cruz allagato in seguito alle onde anomale provocate dall’eruzione del vulcano sottomarino di Tonga. Fonte: Il Post

Gaia Cautela

Dieci anni fa, naufragava a pochi metri dalla terraferma la nave Costa Concordia

Che sia stato per un azzardo, un errore o per vigliaccheria, ciò che rimarrà per sempre nella memoria di quel 13 gennaio 2012 è che morirono annegate 32 persone, a pochi metri dalla terraferma. Stiamo parlando del naufragio della nave Concordia della compagnia Costa, avvenuta al largo dell’Isola del Giglio. La più grande nave da crociera mai affondata. Il nome del suo comandante, Francesco Schettino, rimarrà impresso nella memoria degli italiani e non solo.

Erano le ore 21:45:07 del 13 gennaio di esattamente dieci anni fa, quando questo colosso del mare impattava su degli scogli dell’isola detti “Le Scole“.

 

La nave naufragata nei pressi dell’Isola del Giglio, prima di essere rimossa (fonte: ilpost.it)

 

Le ore prima dell’impatto. Schettino decide di fare un inchino presso il Giglio come quello del 1993

Il 13 gennaio, la Costa Concordia salpò da Civitavecchia con tre minuti di anticipo, alle 18.57. Alle 21.04 iniziò la deviazione dalla rotta abituale per avvicinarsi all’Isola del Giglio.

Il famoso “inchino” nei pressi dell’isola non rientrava nei piani della crociera, fu una scelta del comandante, il quale poi dichiarò fosse stato per accontentare una richiesta del maître della nave, Antonello Tievoli, che voleva rendere omaggio alla madre che abitava proprio sull’isola, vicino al porto.

Quella del 2012, non fu la prima volta che veniva eseguita questa stessa manovra: si tratta una tradizione inaugurata nel 1993 dal comandante Mario Terenzio Palombo, originario anch’egli dell’isola, che definì l’inchino “una consuetudine emozionante e folkloristica”.

Schettino allora decise: «Amm’a fa l’inchino al Giglio».

Il comandante Schettino (fonte: cultura.biografieonline.it)

Intorno alle 19.00, la nave lasciò il porto di Civitavecchia per rientrare a Savona il mattino seguente, concludendo l’itinerario soprannominato “Profumo del Mediterraneo” o “Profumi di agrumi”.

Prima della partenza e di lasciare il porto, il comandante diede ordine a un ufficiale di accogliere a bordo una sua ospite, Domnica Cemortan, moldava, ex hostess per Costa Crociere, con cui avrebbe cenato quella sera. Questo dettaglio, successivamente, venne posto al centro della polemica sulla vicenda e delle indagini, dandogli, probabilmente, più importanza di quanto effettivamente ne abbia avuto. Il passaggio accanto all’isola del Giglio, risultava, di per sé, rischioso.

Più tardi, Schettino diede ordine di rallentare, per finire di cenare in pace. Alle 21.19 un ufficiale lo avvertì che la nave era a sei miglia dall’isola, così attese ancora qualche minuto, lasciò il ristorante e salì in plancia di comando insieme al maître. Lì vi erano sei persone. Ciò che avvenne di lì a poco venne ricostruito anche con l’aiuto dei dati raccolti nella scatola nera, almeno fino al momento in cui fu possibile.

La nave doveva passare vicino alla costa est dell’isola, tenendosi a 0,5 miglia nautiche, circa 800 metri, evitando le Scole, ma in seguito a una telefonata al capitano, ormai in pensione, Palombo, per informarlo che quell’inchino che si stava per effettuare sarebbe stato anche in suo onore, Schettino riportò – secondo quanto si apprende dalle registrazioni – che si sarebbe potuto avvicinare anche di 0,4 o 0,3 miglia nautiche all’isola.  Palombo, però, come ogni inverno, si era ritirato a Grosseto.

La telefonata si concluse brevemente e alle 21.39 Schettino iniziò la manovra di maggiore avvicinamento al Giglio. La velocità era di circa 30 km orari. Poi l’ordine di virare “a dritta”, a destra, di 325 gradi. In quel momento, si verificò la prima di una serie di incomprensioni che diede inizio al disastro, nonostante gli ordini fossero dati in inglese: il timoniere indonesiano, Jacob Rusli Bin, capì erroneamente di dover virare di 315 gradi.

Alle 21.42 Schettino capì che si stava avvicinando troppo agli scogli e iniziò a dare ordini per modificare la direzione della nave. Infine ordinò “tutto a destra” e la nave puntò con la prua verso il mare aperto, ma la poppa, cioè la parte posteriore della nave, si stava avvicinando inesorabilmente agli scogli. Per allineare di nuovo la nave Schettino ordinò di virare di 10 e poi 20 gradi a sinistra. Il timoniere capì nuovamente male e virò ancora di più sempre a destra.

La nave continuò nella direzione errata per 13 secondi e solo dopo un ufficiale intervenne e cambiò rotta. Schettino iniziò a dare ordini sempre più ravvicinati, che il timoniere non capì, o a capì solo parzialmente.

L’impatto avvenne alle 21.45.

I danni alla nave (fonte: ilpost.it)

 

Ai passeggeri e alle autorità viene comunicato che si tratta solo di un blackout

Sul fianco destro dello scafo si aprì uno squarcio di 70 metri, 8 sotto la linea di galleggiamento, interessando tre compartimenti stagni, in uno dei quali si trovava la sala macchine. Ci fu un blackout immediato e si attivò l’alimentazione d’emergenza. Il timone restò bloccato in posizione di virata a dritta e la nave urtòIniziò ad affondare la poppa e poi a inclinarsi tutta verso destra. L’acqua entrò violentemente dalla falla, si allagarono subito i compartimenti 4, 5, 6, 7, e l’8 poco dopo.

Schettino diede subito l’ordine di chiudere le porte stagne a poppa e alle 21.51 chiamò il direttore di Macchine, Giuseppe Pilon, che gli disse che l’acqua stava entrando direttamente in sala macchine. Schettino ordinò di mettere in azione le pompe di svuotamento, che però erano fuori uso, e nemmeno un motore poteva ripartire.

Bisognava andarsene.

Il lato destro della Costa Concordia, 17 settembre 2013 (fonte: ilpost.it)

Intanto i passeggeri non avevano ben capito cosa stesse succedendo, se non che qualcosa non andasse, poiché avevano sentito solo una scossa, per poi vedere che la nave stava rallentando e girando su sé stessa. Inoltre, venne dato un comunicato agli altoparlanti che diceva loro di rimanere tranquilli. Schettino aveva dato ordine di riferire che si trattasse solo di un blackout e niente più. Molti dei passeggeri si tranquillizzarono veramente. I membri dell’equipaggio si spostavano da una parte all’altra della nave riuscendo solo a ripetere “stiamo risolvendo”.

 

Schettino rivela la verità. Inizia l’evaquazione, ma lui è già a bordo di una scialuppa

Schettino telefonò all’unità di crisi della Costa Crociere. Rispose il coordinatore Roberto Ferrarini e a lui disse che la colpa di ciò stava accadendo fosse del comandante Palombo che gli aveva riferito di potersi avvicinare così tanto all’isola e che quell’inchino fosse stato pensato per lui.

Intanto la nave si inclinò di più e tra i passeggeri scoppiò il caos. Una donna telefonò i parenti a Prato, che a loro volta chiamarono i Carabinieri, i quali telefonarono alla capitaneria di porto di Livorno. Questa, alle 22.12, si mise in contatto con la Concordia: «Cortesemente, avete dei problemi a bordo?». Dalla nave risposero che si trattasse solo di un blackout e che sarebbero rimasti in zona – come se la nave potesse spostarsi – nell’attesa di risolvere. Era passata quasi mezz’ora dall’impatto.

Solo alle 22.36, cinquanta minuti dopo, venne dato l’annuncio di recarsi al ponte 4 ed eseguire le istruzioni del personale, ma non che bisognasse abbandonare la nave. Alcuni passeggeri furono fatti salire sulle scialuppe di salvataggio, ma poi furono fatti scendere. Schettino aspettava, sperava che la nave si appoggiasse sul fondale, per poi sentirgli dire, alle 22.51: “Ma chi me l’ha fatto fare?”.

Erano le 22:54:10, un’ora e dieci minuti dopo l’impatto, quando diede l’ordine di abbandonare la nave.

Le scialuppe sarebbero bastate per tutti, ma era troppo tardi, la nave era troppo inclinata ed era difficile farle scendere in mare tutte. I passeggeri sul lato sinistro si spostavano sul lato destro. Era un inferno. Persone che venivano spinte o tirate anche per i capelli, persino dei bambini che venivano spinti a terra.

Dal porto dell’isola del Giglio iniziarono intanto a partire le imbarcazioni anche private per raccogliere i naufraghi e portare soccorsi. Passeggeri e membri dell’equipaggio che erano ancora a bordo iniziarono a buttarsi in mare.

Poco dopo la mezzanotte Schettino salì su una scialuppa assieme ad altri ufficiali e, alle 00.32, gli arrivarono delle telefonate dalla capitaneria di Livorno, in cui il capitano di fregata Gregorio de Falco gli intimò di tornare sulla nave per coordinare le operazioni di evacuazione, pronunciando la frase che ancora riecheggia: «Vada a bordo, cazzo!».

 

Il Capitano di fregata De Falco, capo sezione operativa della Capitaneria di Livorno, che intimò a al comandante Schettino di ritornare a bordo (fonte: cultura.biografieonline.it)

 

La condanna di Schettino e le “verità sommerse”

Schettino a bordo non riuscì a tornare. Una macchina lo portò in un albergo e l’autista raccontò che il comandante avesse solo chiesto dove avrebbe potuto comprare delle calze asciutte.

L’operazione di salvataggio dei passeggeri andò avanti fino alle 5 del mattino. Mancavano 32 persone, quelle che furono poi trovate morte, l’ultima solo il 3 novembre 2014, il cui corpo era finito sotto i mobili di una cabina al ponte 8. La vittima più giovane aveva sei anni, la più anziana 86.

Il comandante venne arrestato giorni dopo. Da allora in poi fece delle dichiarazioni sconcertanti, riportate insieme a tutta la sua versione dell’accaduto nel suo libroLe verità sommerse”. Ha parlato di numerose omissioni ed errori da parte dell’unità di crisi della Costa, con sede a Genova, avvertita da subito. Da essa pare sia giunto a Schettino l’ordine di non avvertire da subito i soccorsi, poiché l’intervento dei rimorchiatori sarebbe costato molto alla società.

Vennero indagati altri ufficiali, il timoniere, il responsabile dell’unità di crisi di Costa Crociere, il presidente e il vicepresidente della società. Venne chiesto il rito abbreviato, concesso a tutti tranne che al comandante. Gli ufficiali subirono condanne al massimo di un anno e 11 mesi.

Schettino venne condannato in Cassazione, il 12 maggio 2017, a 16 anni di reclusione per omicidio plurimo colposo, lesioni colpose, naufragio colposo, abbandono della nave. Ancora sta scontando la sua pena nel carcere di Rebibbia, a Roma, nel quale pare che la sua condotta sia esemplare.

Se inizialmente, si era pensato che la tragedia fosse dovuta solo a una leggerezza di Schettino che si sarebbe distratto per la compagnia dell’ex hostess Cemortan, con la quale ammise di aver avuto una relazione, poi emerse, come suddetto, tutto il resto. Ciò che ha reso la vicenda così terribile è sia avvenuta vicino alla terraferma e che probabilmente si sarebbe potuta risolvere senza che ben trentadue persone morissero.

 

La Concordia fotografata dal Giglio pochi giorni dopo il naufragio (fonte: ilpost.it)

 

 

Rita Bonaccurso

Rivolta in Kazakistan: adesso è repressione a guida del Cremlino. Ecco cosa sta succedendo in Asia centrale

Fonte: it.notizie.yahoo.com

Le prime due settimane di gennaio iniziano con una forte tensione in Asia centrale: una protesta del gas, cominciata il giorno di Capodanno in Kazakistan, si è rapidamente trasformata in una rivolta – tutt’ora in corso – contro l’oligarchia al potere, effetto di una più ampia lotta tra fazioni dell’élite del Paese.

Nel giro di pochi giorni le manifestazioni sono dilagate in tutto il Kazakistan, provocando un preoccupante numero di morti, feriti e arresti, e mettendo in difficoltà il regime di Kassym-Jomart Tokayev, che grazie all’aiuto militare della Russia è riuscito a reprimere gran parte delle rivolte.

Dura la reazione da parte degli Stati Uniti, mentre l’Ue si mostra neutrale con l’invito alla responsabilità delle parti. Il tutto nell’incertezza di eventi accompagnati dal blackout nazionale di Internet.

Proteste in tutto il Paese

L’aumento delle tariffe del gas – e in particolare del Gpl – annunciato nei giorni precedenti dal presidente Tokayev si è presentato come il casus belli perfetto di una rivolta che, a dire il vero, era nell’aria già da un po’ di tempo a causa dell’insofferenza nei confronti di un intero sistema fondato e guidato per un trentennio dall’ex presidente Nursultan Nazarbayev.

Nazarbayev si era dimesso nel 2019, ma da allora ha comunque continuato – fino a prima della rivolta – ad esercitare un forte controllo sul Paese in quanto presidente del Consiglio di sicurezza e “Leader della nazione”.

Le prime proteste hanno avuto inizio nel Mangystau, principale provincia petrolifera affacciata sul Mar Caspio, seguita da Almaty (cuore economico del Paese) ed estesesi poi a macchia d’olio in tutto il territorio kazako.
Stando ai bollettini più recenti, le vittime ufficiali sfiorerebbero quota 200, migliaia di manifestanti sarebbero stati incarcerati e, secondo la televisione di stato, uccisi 16 poliziotti e altri 1.300 sono rimasti feriti.

Fonte: euronews

Internet assente

È impossibile dire con precisione quale sia il bilancio delle violenze anche a causa di un blocco quasi generale di internet e della rete dei telefoni cellulari iniziato il 4 gennaio, che ha improvvisamente riportato il Kazakistan ai primi anni ’90.

Ciò sarebbe dovuto al provider Internet Kazakhtelecom che ha disabilitato l’accesso alla rete in tutto il paese e alle interruzioni dei maggiori operatori di telefonia mobile Kcell, Beeline e Tele2. I siti di notizie locali non sono disponibili.

Fonte: newsmeter.in

Si tratta di un’interruzione accertata anche dal servizio britannico NetBlocks, che monitora lo stato della rete in tutto il mondo, il quale sostiene che le interruzioni a livello della rete non possono essere aggirate, nemmeno con l’aiuto di un software speciale o di una VPN:

«Il Kazakhstan sta attualmente vivendo un blackout di Internet a livello nazionale dopo una giornata di interruzioni di internet mobile» e altre «restrizioni parziali», ha affermato l’ong, annunciando che questo «potrebbe limitare gravemente la copertura delle proteste antigovernative che si stanno intensificando», ha denunciato qualche giorno fa il gruppo di monitoraggio su Twitter.

È certo che questo accaduto porta con sé delle conseguenze che dipenderanno soprattutto dalla durata del blackout, ancora non del tutto chiara.

La missione in Kazakistan

Al momento la situazione nei maggiori centri urbani sembra essere relativamente più calma, chiara conseguenza dell’intervento di 2.500 militari provenienti da un’alleanza di Paesi guidati dalla Russia.

È la prima volta che la “Collective Security Treaty Organization” (CSTO), nella sua storia, autorizza l’invio di truppe nei territori di un Paese membro: di fronte al precipitare della crisi, al presidente Tokayev non è rimasto che proclamare lo stato d’emergenza su tutto il territorio nazionale e ricorrere all’aiuto di Putin per fermare le agitazioni.

Così, in un comunicato, il governo kazako ha scritto che varie «infrastrutture strategiche» ora sono sotto il controllo della forza militare inviata dalla Russia, la quale ha in particolare contribuito a riprendere il controllo dell’aeroporto di Almaty, occupato fino ad allora dai rivoltosi.
Il comunicato di un altro collaboratore del presidente ha per giunta criticato i media occidentali per aver dato «la falsa impressione che il governo kazako abbia colpito manifestanti pacifici».

Fonte: geopolitica.info

Lotta tra fazioni politiche

Intanto che la repressione infuria in Kazakistan, lo scorso sabato il governo kazako ha annunciato l’arresto di Karim Massimov, ex primo ministro e leader del Comitato per la sicurezza nazionale.
Accusato di tradimento e di aver fomentato le rivolte, Massimov era una delle persone più potenti del Kazakistan e stretto alleato dell’ex presidente Nursultan Nazarbayev.

Anche Nazarbayev, come già detto, pur avendo lasciato la presidenza manteneva il controllo informale sugli apparati di sicurezza del paese. Eppure, è stato costretto a dimettersi da ogni incarico pubblico al momento dello scoppio delle rivolte, e lo stesso è avvenuto con altri suoi importanti alleati politici.
Ciò ha spinto molti analisti a pensare che dietro alle rivolte ci sia stata una più ampia lotta per il potere tra la fazione politica fedele a Tokayev e quella fedele a Nazarbayev.

La dottrina Putin

A condurre ora il gioco del Paese (dove la minoranza russa è consistente) è quindi il Cremlino, che ha imposto un’interpretazione forzata dell’articolo 4 del Trattato di cooperazione sulla sicurezza, secondo cui un’aggressione militare giustifica l’intervento di forze congiunte, e riadattando le norme alle circostanze di una serie di rivolte qualificate come aggressione di bande terroristiche formatesi all’estero:

«La dottrina Putin è ormai consolidata nella tolleranza zero nei confronti di tutte quelle che una volta erano state chiamate rivoluzioni colorate, che hanno interessato appunto diverse repubbliche ex sovietiche rette dalla caduta del Muro da ex funzionari del Partito comunista: Georgia, Ucraina, Kirghizistan, Azerbaijan, Bielorussia. Putin non tollera più nel suo tentativo di ricostruire la grande Russia sovietica alcun tipo di richiesta di democratizzazione che possa allontanare questi Stati dalla sfera di influenza di Mosca», ha spiegato il sociologo Massimo Introvigne.

Le posizioni di Usa e Ue

L’occidente intanto segue dall’esterno la vicenda restando vigile sui fatti, specialmente gli Stati Uniti, il cui portavoce del Dipartimento di Stato Ned Price ha detto che essi “sorvegliano” per verificare eventuali abusi dei diritti umani da parte delle truppe russe in Kazakistan:

«Gli Stati Uniti e il mondo intero monitorano tutte le eventuali violazioni dei diritti umani e sorvegliano anche eventuali azioni che possano gettare le basi per una presa di controllo delle istituzioni del Kazakistan».

Fonte: middleeastmonitor.com

Mentre l’Unione europea mantiene una posizione neutrale, come si evince in una nota del portavoce dell’Alto rappresentante Ue per la Politica estera, Josep Borrell:

«Invitiamo tutti gli interessati ad agire con responsabilità e moderazione e ad astenersi da azioni che potrebbero portare a un’ulteriore escalation di violenza».

L’Europa, insomma, sta seguendo da vicino gli sviluppi, precisando che:

«Il Kazakistan è un partner importante per l’Unione europea e contiamo sul fatto che mantenga i suoi impegni, tra cui la libertà di stampa e l’accesso alle informazioni online e offline».

Gaia Cautela

Il congedo di Mattarella alla Farnesina: ‘’È il mio ultimo saluto alla comunità degli ambasciatori’’

Mattarella saluta per l’ultima volta gli ambasciatori. Fonte: lavocedinewyork.com

Ieri, lunedì 20 dicembre, ha preso avvio, presso la Farnesina, la XIV Conferenza degli Ambasciatori e delle Ambasciatrici d’Italia nel mondo, intitolata “Ripartire insieme: il contributo della politica estera ed europea dell’Italia alla trasformazione internazionale’’.

La sessione inaugurale della Conferenza è stata aperta dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella – oltre che dal Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale, Luigi Di Maio, e dal Segretario Generale della Farnesina, Ettore Francesco Sequi – che, allo scadere del suo settennato, si congeda tra applausi e standing ovation dei presenti.

L’evento sarà chiuso oggi, martedì 21 dicembre, dagli interventi del Presidente del Consiglio dei Ministri, Mario Draghi, e dal Ministro Di Maio.

Il riconoscimento alle forze politiche

“Consentitemi in questa ultima occasione in cui posso rivolgermi alla vostra comunità, di esprimervi fervidi auguri per il Natale, per il Nuovo Anno e per il futuro”:

La Conferenza cominciata ieri è stata l’occasione del Presidente per rivolgere un ultimo saluto a diplomatici e rappresentanti delle istituzioni italiani prima del congedo e, accanto all’ormai tradizionale scambio di auguri, diversi sono stati i punti toccati dal suo discorso: dalla gestione dell’emergenza sanitaria, al tema del lavoro accompagnato da una profonda riflessione sul nostro Paese.

Palazzo della Farnesina. Fonte: mosaico-cem.it

Mattarella ha voluto, come prima cosa, spendere alcune parole di ringraziamento e riconoscenza nei confronti del Ministero degli Esteri:

“Vorrei iniziare esprimendo la mia riconoscenza per il supporto fornito in questi anni all’attività sviluppata dalla Presidenza della Repubblica, in Italia e all’estero. Nel volgere lo sguardo ai sette anni passati, non posso non rilevare come l’attività internazionale che li ha caratterizzati non sarebbe stata possibile senza l’efficiente supporto del ministero degli Esteri, nonché dell’intera rete diplomatico-consolare “, ha detto il Capo dello Stato.

Il ricordo di memorabili italiani

Tra gli applausi e la commozione, le parole del Presidente non hanno mancato di ricordare l’ambasciatore Luca Attanasio, ucciso, insieme al carabiniere Vittorio Iacovacci e all’autista Mustapha Milambo, nella Repubblica Democratica del Congo:

“Un esempio di chi aveva messo la propria italianità a servizio della causa dell’umanità”, ha detto Mattarella.

Anche Di Maio ha voluto citare l’esempio, annunciando la decisione di voler conferire ad Attanasio il titolo onorifico di Ambasciatore di grado.

Per visualizzare il testo integrale del discorso del Presidente, visitare il sito ufficiale del Quirinale: https://www.quirinale.it/elementi/61716

 

La prima difesa del virus è la fiducia

La Conferenza degli Ambasciatori e delle Ambasciatrici è stata anche un’occasione per stilare un bilancio della pandemia, tutt’ora in corso:

Fonte: insiciliareport.it

“La pandemia ha messo in luce la vitalità e il valore aggiunto della costruzione europea, che ha saputo coordinare le risposte degli Stati membri, evitato una chiusura totale delle frontiere nazionali, messo a fattore comune le risorse europee e nazionali per finanziare ricerca e acquisto di vaccini. Infine, con il lancio di ‘Next Generation’ è riuscita a costruire un’articolata risposta ai devastanti effetti economici e sociali della crisi. Un’azione comune, frutto di una scelta lucida, che nasce dalla consapevolezza che i destini e gli interessi degli europei sono strettamente intrecciati tra loro”.

Il più grande punto toccato da Mattarella è stata proprio l’importanza dell’avere fiducia nella scienza, poiché questa rappresenta “la prima difesa del virus“.
Il Presidente ha poi constatato come sia stato dato “troppo risalto mediatico ai No Vax” aggiungendo che ciò non andrebbe comunque a scalfire “in alcun modo l’esemplare condotta della quasi totalità degli italiani”.

 

La mission dell’Ue

L’evento è stato anche occasione per ribadire lamission dell’Unione Europea:

Deve difendere i valori liberaldemocratici e i diritti ma non si deve chiudere in un atteggiamento di ‘fortezza’ perché – ha ammonito il capo dello Stato – l’atteggiamento di ”fortezza Europa” che, con scarso rispetto dei diritti umani, alcuni manifestano, non corrisponde alle ambizioni di questa Unione europea”.

L’Italia unita davanti alla pandemia

In ultimo, ma non per importanza, il Presidente Mattarella ha illustrato il quadro economico del nostro Paese, per certi versi, incoraggiante:

“Il tasso di crescita del Pil nazionale sarà tra i più alti tra i Paesi dell’Unione. A questo si aggiunge un recupero di posti di lavoro, una ripresa dei ritmi produttivi e dei consumi e un apprezzabile miglioramento della fiducia delle famiglie e delle imprese. Segnali positivi ma ancora fragili”.

Fonte: L’Eco di Bergamo

E in tempi duri come questi, il Capo dello Stato si spinge anche fino ad elogiare l’atteggiamento costruttivo che ha accomunato maggioranza e opposizione, nel nome dell’interesse nazionale, e lo spirito italiano di dare il meglio di sé proprio nei momenti più difficili:

“Una delle caratteristiche della nostra gente si manifesta quando le condizioni sono difficili: è il momento in cui riusciamo a esprimere il meglio di noi. A ritrovare la fiducia smarrita. Non rinunciamo alle differenze e alle diversità. Ma sappiamo essere uniti sulle grandi scelte, quando le circostanze della vita lo richiedono. L’augurio che rivolgo a voi e al nostro amato Paese – per il futuro – è che lo spirito costruttivo e collaborativo, reciprocamente rispettoso, possa divenire un tratto stabile dei rapporti istituzionali”.

Gaia Cautela

Una serie di tornado devasta alcuni Stati degli Usa: «I più disastrosi della storia americana»

Negli Stati Uniti, tra venerdì e sabato, una serie insolita e devastante di tornado ha colpito 6 dei suoi 50 Stati, situati precisamente nel Midwest e a Sud-Est del Paese. Si tratta di un evento dalla portata distruttiva mai riscontrata prima d’ora nella storia dello Stato americano, con un bilancio di vittime che supera quota 80.

Fonte: bluewin.ch. Per visualizzare la galleria completa visitare il seguente link: La grande devastazione provocata dai tornado in Kentucky – Il Post

L’area più colpita dal tragico fenomeno naturale è il Kentucky – che attualmente si trova in “stato di emergenza’’ – ma anche altri cinque Stati sono stati investiti dal violento passaggio dei tornado: Arkansas, Missouri, Tennessee ed Illinois, dove diverse persone sono morte in un centro di distribuzione Amazon.

 

Oltre 80 vittime in Kentucky

«Un’inimmaginabile tragedia»: le parole del presidente Joe Biden esprimono l’amaro stupore generato dalla scia di distruzione dei tornado. Di fronte a decine e decine di vittime, crolli e danni incalcolabili,il presidente ha promesso aiuti e risorse per gli Stati colpiti, dove squadre di operatori di soccorso sono tutt’ora alla ricerca dei dispersi e lavorano per rimuovere detriti e aiutare residenti.

 

Secondo le prime rilevazioni ufficiali, che parlano di ben quattro tornado manifestatisi nel territorio, se ne registra uno particolarmente violento – più unico che raro – che ha agito per più di 200 miglia, oltre 320 chilometri.

I danni maggiori sono stati segnalati in 15 contee del Kentucky occidentale, specialmente in quella di Graves, a Mayfield, una città di circa 10mila abitanti. È proprio qui che uno dei tornado ha fatto crollare una fabbrica di candele dove lavoravano 110 persone, 40 delle quali già soccorse il sabato: nella notte Kyanna Parsons-Perez, una delle lavoratrici, aveva dato l’allarme con una diretta Facebook: «Siamo intrappolati, aiutateci per favore, per favore». Domenica, l’azienda ha confermato la morte di 8 persone e l’assenza di altri 8 dispersi, segnalando un totale di 90 persone che sono state soccorse e che adesso stanno bene:

«Il bilancio delle vittime di questo tremendo evento supererà il numero di 50 persone, probabilmente finirà per avvicinarsi a 70-100», ha spiegato il governatore del Kentucky Andy Beshear in conferenza stampa. «Questa è stata una delle notti più dure nella storia del Kentucky e alcune aree sono state colpite in modi difficili da esprimere a parole».

Andy Beshear, governatore del Kentucky. Fonte: moviesfeed.com

 

Trecentomila case senza elettricità

Sebbene il Kentucky rappresenti l’epicentro di una devastazione «senza precedenti», vittime e significativi danni dovuti ai tornado sono stati registrati anche nel Tennessee, dove 2 persone sono morte nella contea di Lake e 1 nella contea di Obion. Ad affermarlo Dean Flener, portavoce della Tennessee Emergency Management Agency.

Sempre in Tennessee, come anche in Kentucky e negli altri 3 stati colpiti dal disastro naturale, già a partire da sabato mattina migliaia di cittadini sono rimasti senza elettricità nelle loro case: secondo Power Routage, un sito che monitora i blackout negli Usa, più di 132.000 case erano senza elettricità in Tennessee, quasi 60.000 nel Kentucky, più di 25.000 in Arkansas, poco meno di 24.000 in Illinois e quasi 10.000 nel Missouri.

Nella piccola città di Dawson Springs, nel Kentucky occidentale, è stato spazzato via circa il 75% degli edifici. Adesso migliaia di persone non hanno più un posto dove poter vivere e lo strazio di quanto vissuto è forte nonostante la Croce Rossa americana stia facendo il possibile per aiutare, allestendo otto rifugi e adibendo diversi parchi pubblici all’aiuto delle famiglie che hanno perso tutto.
E dinnanzi ad uno scenario apocalittico del genere il ricordo va a Moore, la cittadina dell’Oklahoma rasa al suolo da un tornado nel 1998, poi interamente ricostruita con le sue caratteristiche case di legno e nuovamente distrutta da un tornado nel 2013.

I danni negli altri Stati americani

A crollare anche un magazzino Amazon in Illinois, nel comune di Edwardsville, in cui sono morte 6 persone. I lavoratori del turno di notte erano rimasti intrappolati nell’edificio, rifugiandosi nel corridoio sul retro, ritenuto il posto più sicuro: dentro erano rimasti bloccati almeno 100 lavoratori, i quali hanno cercato di rassicurare i familiari a casa via social, mediante le foto pubblicate sui vari profili.

Il tornado ha colpito inoltre una casa di cura dell’Arkansas, nella città di Monette, dalla struttura di oltre ottanta posti letto e che accoglieva 67 anziani. Uno di loro è stato ritrovato morto dagli operatori di ricerca e salvataggio, mentre altre 5 persone sono rimaste gravemente ferite.

Un’infermiera della casa di riposo, Barbara Richards, racconta a un tv locale come ha vissuto la drammatica esperienza:

«L’altra sera ho guardato dalla finestra e ho visto una lunga colonna nera. Veniva diritta verso di noi. Sono corsa ad avvisare i nostri ospiti. Abbiamo radunato le persone bloccate sulle sedie a rotelle. Mi sono chinata su di loro per proteggerli e ho visto le altre colleghe fare la stessa cosa».

C’è un nesso col cambiamento climatico?

Il motivo di tanto sgomento e per cui la serie di tornado, verificatisi negli ultimi giorni, viene considerata particolarmente insolita ed eccezionale, risale a spiegazioni scientifiche che fanno sollevare, tra l’altro, alcuni interrogativi circa il nesso con il climate change.

Il fenomeno dei tornado, tipico della fascia mediana degli Stati Uniti, è infatti dovuto allo scontro tra correnti di aria fredda e quelle di aria tipida, cosicché la stagione più a rischio sia tra maggio e luglio. Ciò non toglie che si possano generare anche delle code invernali, ma non di queste dimensioni: per dare l’idea del portato eclatante delle gigantesche rotazioni – durate anche tre ore – il Washington Post ha raccontato di una foto di una famiglia di Mayfield ritrovata a 160 chilometri di distanza, in Indiana.

Sul tema del rapporto con il cambiamento climatico gli scienziati restano comunque cauti, dal momento che gli studi sono molto complessi. Ciononostante, è logico concludere che la creazione di un corto circuito nell’atmosfera nel mese di dicembre non è certamente impossibile alle condizioni di un pianeta in continuo riscaldamento.

Gaia Cautela

Un’esplosione a Ravanusa fa crollare quattro palazzine. Si indaga sulla causa ed eventuali responsabili

Sono passate da poco le 23, quando un sabato sera come un altro si trasforma in una notte di inferno a Ravanusa, piccolo centro abito nella provincia di Agrigento. Una forte esplosione fa crollare una palazzina di quattro piani e poi altri tre edifici attigui. Scoppia un incendio che inizia a coinvolgere tutta la zona. Accorrono i Vigili del fuoco. La prima ipotesi è che l’origine della deflagrazione sia dovuta a una fuga di gas metano.

Inizia la ricerca delle persone che si trovavano nell’edificio e si cerca di capire quanto siano i dispersi. Colpita un’intera famiglia. In piani diversi dell’edificio, abitavano sette componenti di uno stesso nucleo familiare: un’anziana, Rosa Carmina, e i tre fratelli con le rispettive mogli. Al momento del disastro, si trovavano in uno degli appartamenti anche il nipote della donna, Giuseppe, figlio di Angelo Carmina, e la moglie al nono mese di gravidanza.

Immagini delle macerie e delle fiamme in Via Trilussa (fonte: today.it)

L’esplosione colpisce un’intera famiglia. In sette abitavano nella stessa palazzina

All’arrivo dei soccorsi viene staccata l’elettricità in tutto l’isolato. I vigili scavano a mani nude per ore, attenti a captare, tra le macerie, un gemito, un rantolo, una voce. Poco dopo, viene trovato il corpo di Pietro Carmina, amatissimo professore di filosofia, ormai in pensione, che viveva insieme alla moglie Carmela Scibetta, assistente sociale, trovata morta poche ore fa. Rosa Carmina viene estratta viva con la cognata Giuseppa Montana. Il bilancio della tragedia si aggrava dopo che, al termine di un’intera notte di ricerche, vengono trovate morte altre due cognate di Rosa, Enza Zagarro e Calogera Gioachina Minacori.

Si continua a scavare senza mezzi meccanici, perché i soccorritori hanno captato una voce. Dopo alcune ore, il sindaco del paese, Carmelo D’Angelo, informa che tra le persone disperse non vi sono bambini, come si sospettava fino a poco prima.

Stamattina, arriva un’altra notizia terribile: estratti altri 4 corpi dalle macerie. Tra loro, ci sarebbero anche quello dell’infermiera Selene Pagliarello, trentenne incinta al nono mese, e di suo marito Giuseppe Carmina. La ragazza voleva mostrare ai nonni, un’ultima volta, il pancione ai nonni paterni del piccolo, all’interno del quale vi era un piccolo che avrebbe partorito a giorni. I due corpi erano al terzo piano del palazzo. Trovato anche il corpo del suocero, Angelo Carmina, dopo il ritrovamento della moglie Enza.

 

I primi racconti dei testimoni

“È stato come se un aereo si fosse schiantato sopra la nostra casa”.

Questo il racconto di un testimone dell’accaduto, che si trovava in un’abitazione contigua alla palazzina in cui è avvenuto lo scoppio. Prima un boato, poi fiamme e, in pochi minuti, tutto l’isolato viene travolto. La gente corre in strada e cerca di capire.

L’area coinvolta dall’esplosione è di circa diecimila metri quadrati, questa la comunicazione dopo le prime verifiche: oltre 40 edifici interessati dalla deflagrazione.

Intanto, la Procura di Agrigento ha aperto un fascicolo di indagine per disastro e omicidio colposo a carico di ignoti. Nei prossimi giorni gli inquirenti acquisiranno la documentazione relativa alla rete di distribuzione del gas.

Luca Cari, responsabile della Comunicazione dei Vigili del fuoco spiega che ancora si ritiene come maggiormente plausibile “l’ipotesi di una perdita da una conduttura della zona, anche sotterranea, della rete di distribuzione del gas”, dovuta a una causa ancora da indagare (potrebbe esser stato anche il maltempo) possa aver causato il danneggiamento di una conduttura.

(fonte: tg24.sky.it)

 

Odore di gas già nei giorni precedenti all’esplosione? Si indaga su ogni possibilità

Proprio sulla rottura di una conduttura del gas si è generata una grossa polemica. La rete di distribuzione del gas venne installata nel 1984. Dunque, la prima domanda che anche gli stessi inquirenti si sono posti è stata quella delle condizioni di questa: “Era a norma?”. Dopodiché si è iniziato a verificare se la manutenzione ordinaria e straordinaria è stata sempre fatta, come e da chi, e a quando risalgono gli ultimi interventi.

Però, ciò che ha provocato maggiore agitazione, tra gli stessi abitanti di Ravanusa, è stata la voce secondo cui qualcuno avrebbe detto di aver sentito odore di gas già nelle settimane precedenti. Quindi gli inquirenti hanno iniziato ad indagare sulla possibile negligenza da parte di qualcuno.

Il procuratore Luigi Patronaggio ha comunicato che nei prossimi giorni acquisirà tutta la documentazione relativa alla rete di distribuzione del gas e al sequestro dell’area interessata dall’esplosione – al momento 10mila metri quadrati, ma che, secondo quest’ultimo, potrebbe diventare più ampia. Molto probabilmente verranno iscritti nel registro degli indagati i nomi di tecnici e amministratori che, a vario titolo, potrebbero avere responsabilità in merito alle condizioni delle condutture del gas.

Il comandante provinciale dei Carabinieri di Agrigento, il colonnello Vittorio Stingo, assicura che verranno svolte indagini ancora più approfondite, dopo la fine delle ricerche dei dispersi, prima preoccupazione per tutti i soccorritori, alcuni giunti da altre parti della Sicilia e dell’Italia nelle ultime ore, per aiutare ad essere più veloci.

(fonte: tg24.sky.it)

Già alcuni dati certi sono venuti alla luce: c’è stato un accumulo di gas metano nel sottosuolo, che si è protratto per tutta la giornata di sabato almeno. La procura ha già nominato un consulente tecnico e nelle prossime ore verrà fatto un nuovo sopralluogo con i vigili del fuoco, proprio per cercare di circoscrivere le cause della fuga di gas. Non è chiaro, invece, quale sia stato l’innesco che ha provocato l’esplosione, potrebbe esser stato l’ascensore o qualsiasi elettrodomestico nell’edificio crollato per primo, o anche solo l’accensione di una sigaretta. Difficile ancora capire.

È stato uno dei sopravvissuti alla strage, Calogero Bonanno, che si trovava in un appartamento vicino ad una delle palazzine crollate a riportare le voci sull’odore persistente di gas nei giorni scorsi, dopo aver sentito parlare i vicini:

«Se è vero che c’è stata una negligenza, sarebbe imperdonabile».

Intanto, il bilancio delle vittime è salito a sette e si cercano gli ultimi due dispersi.

 

 

Rita Bonaccurso

 

Ennesimo caso di sfruttamento di lavoratori. Coinvolta la moglie del Capo “Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione” del Viminale

Un sistema “quasi perfetto“, impossibile da scoprire secondo chi lo aveva messo su, quello ha fatto venire alla luce dalle indagini condotte nel foggiano: dieci aziende e due uomini di origine straniera, Bakary Saidy e Kalifa Bayousati, usati come anello di congiunzione da queste ultime per sfruttare decine di braccianti, anch’essi stranieri, per dei lavori nei campi

Si tratta, dunque, dell’ennesima notizia di sfruttamento. Già di per sé sconcertante, è rimbalzata subito tra le pagine dei maggiori quotidiani per il presunto coinvolgimento di Rosalba Livrerio Bisceglia, moglie del Capo del Dipartimento “Libertà civili e Immigrazione” del Viminale, nonché prefetto, Michele di Bari.

(fonte: larepubblica.it)

 

Il blitz

Sedici le persone coinvolte e cinque quelle arrestate, di cui due in carcere e tre ai domiciliari. Le accuse sono di caporalato e sfruttamento ai danni dei lavoratori di origine straniera.

Per ora, per Rosalba Livrerio Bisceglia è scattato l’obbligo di dimora, come per gli altri dieci indagati, mentre sono stati portati in carcere i due cittadini stranieri, un senegalese e un gambiano, che, come detto precedentemente, fungevano da tramite nel giro di affari“. Sarebbero stati loro a intimare ai poveri braccianti “specifiche sulle modalità di comportamento in caso di accesso ispettivo da parte dei carabinieri“.

La delicata e complessa attività d’inchiesta Terra Rossa” è coordinata dalla Procura della Repubblica di Foggia e condotta dai militari del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia Carabinieri di Manfredonia e da quelli del Nucleo Ispettorato del Lavoro di Foggia. Ciò che ha spinto le forze dell’Ordine ad aprire queste indagini è stata la consapevolezza di una diffusa e ben radicata illegalità nelle campagne del foggiano, riscontrata tramite i quotidiani controlli effettuati su tutta l’area dai Carabinieri.

Sono state, dunque, sottoposte a verifica le attività delle aziende indagate comprese tra luglio e ottobre 2020. Il blitz è prosieguo dell’operazionePrincipi e Caporali”, che nell’aprile scorso ha portato all’arresto di dieci persone e al controllo giudiziario della situazione finanziaria di alcune aziende agricole, il cui giro d’affari ammontava a cinque milioni di euro. 

 

Le dimissioni di Michele di Bari in seguito all’accaduto

«Sono dispiaciuto moltissimo per mia moglie che ha sempre assunto comportamenti improntati al rispetto della legalità. Mia moglie, insieme a me, nutre completa fiducia nella magistratura ed è certa della sua totale estraneità ai fatti contestati». 

Michele di Bari presenta le dimissioni al ministro dell’Interno Lamorgese (fonte: ilgiornale.it)

Queste le dichiarazioni del prefetto Michele di Bari in merito all’accaduto, accompagnate dalla rassegna di dimissioni dall’incarico Capo Dipartimento Libertà civili ed Immigrazionedel Ministero dell’Interno. Appena la notizia, ieri, è trapelata, di Bari non ha aspettato per presentare le sue dimissioni, accettate dal ministro Luciana Lamorgese.

La moglie è la socia titolare dell’azienda di famiglia con sede legale a Foggia “Sorelle Bisceglia”, guidata con le sorelle Antonella e Maria Cristina. Un nome che nel settore agricoltura del territorio, e anche presso Mattinata, paese del prefetto Di Bari, è “un’istituzione”. Questa è una delle dieci aziende agricole che avrebbero, appunto, secondo gli inquirenti, fatto ricorso alla manodopera clandestina.

Le accuse per la Bisceglia sono pesanti: sarebbe stata lei a trattare direttamente con i caporali e con il «sorvegliante» dei campi, Matteo Bisceglia, ma anche ad occuparsi delle buste paga fasulle.

Tornando a di Bari, quest’ultimo ha avuto una carriera di otto anni come prefetto vicario di Foggia, costellata da successi fino all’attuale carica e all’assegnazione di un compito delicato: trasformare laccampamento di Borgo Mezzanone – da cui provengono anche i braccianti sfruttati, secondo l’accusa, dalle dieci aziende sotto indagine tra cui la Sorelle Biscegliain una cittadella dell’accoglienza. I lavori non sono mai cominciati a causa Covid, nonostante vengano citati nelle carte come “Piano d’azione per l’integrazione e l’inclusione 2021-2027“.

Le accuse contro la moglie, nonostante le indagini debbano ancora andar avanti, sono bastate per spingere di Bari ad agire in maniera netta, cercando di portare maggior chiarezza intorno alla sua posizione e quella di sua moglie, che continua a giudicare estranea ai fatti.

 

Il “sistema quasi perfetto” che costringeva i braccianti a vivere in condizioni disumane

Secondo quanto emerso finora, gli imprenditori agricoli indagati si sarebbero rivolti a uno dei due arrestati, il cittadino originario del Gambia, per reclutare la manodopera poi impiegata nei campi. 

Le condizioni a cui quest’ultima era sottoposta prevedevano, innanzitutto, 13 ore al giorno di lavoro nelle piantagioni di pomodoro, per un guadagno misero. Cinque milioni di euro nelle tasche degli imprenditori, ricavati sulla pelle dei braccianti istruiti dai caporali a mentire sulla retribuzione: invece di percepire 65 euro al giorno per 7 ore di lavoro, non ne guadagnavano più di 35 per 13 ore, che diventavano 25, perché 5 euro dovevano essere ceduti per il trasporto e altri 5 per la intermediazione al suddetto uomo di origini gambiane, il presunto caporale.

Quest’ultimo teneva il conto di quanto raccolto da ogni lavoratore su un quaderno. Sempre questa persona trasportava i braccianti, tramite mezzi precari, nell’accampamento di Borgo Mezzanone, dopo il lavoro. Qui vivono accampate circa duemila persone, in condizioni disumane, tra la sporcizia.

Il soggetto summenzionato, veniva aiutato dal senegalese 32enne, la seconda persona finita in carcere. Entrambi avrebbero fatto da tramite per le imprese per cui svolgevano le attività illecite.

Un sistema definito dagli inquirenti “quasi perfetto”. Appunto, “quasi”. Tutto è venuto alla luce tramite un controllo sulle buste paga dei braccianti sfruttati, riscontrate non in linea, ovviamente, con le ore di lavoro realmente svolte. 

Nessun riposo e nessun rispetto per questi lavoratori, dunque, finiti in un’infernale macchina con la quale, i colpevoli che verranno decretati dalle forze dell’ordine, volevano guadagnare a scapito di questa povera gente, indifesa e con il bisogno di lavorare per vivere, anzi, sopravvivere.

 

Rita Bonaccurso

 

Olaf Scholz è il nuovo cancelliere tedesco. «Le donne avranno la metà del potere»

Fonte: secoloditalia.it

Ieri, mercoledì 8 dicembre, si è aperta una nuova pagina politica in Germania: il leader socialdemocratico Olaf Scholz è stato nominato nuovo cancelliere tedesco e guiderà nei prossimi quattro anni il governo del Paese, subentrando al lungo mandato – durato ben 16 anni – di Angela Merkel.

Il programma del nuovo esecutivo tedesco presenta delle proposte progressiste relativamente a salari, transizione ecologica, investimenti e diritti umani, pur riconoscendo le priorità e gli sforzi che la Germania ha compiuto negli ultimi anni, specialmente nel contesto dell’Unione europea e del suo consolidamento.

La cerimonia di investitura

Olaf Scholz è divenuto ufficialmente il nono cancelliere della storica Repubblica federale della Germania dopo aver giurato di dedicare le sue energie al benessere del popolo davanti al Bundestag – il Parlamento tedesco – ed aver ricevuto la sua approvazione con 395 voti a favore: una maggioranza robusta rispetto al minimo necessario di 369.
Subito dopo aver accettato il voto del Parlamento, Scholz si è recato a Palazzo Bellevue per ricevere il decreto di nomina dal presidente Frank-Walter Steinmeier, ultimo passo per mettere ufficialmente fine all’era Merkel.

Il leader socialdemocratico si insedia a capo di una coalizione dalla composizione inedita, soprannominata ‘’semaforo’’: ne fanno parte Socialdemocratici (SPD), Liberaldemocratici (FPD) e Verdi, tutti al di sotto del 27%, divisi su molti punti ma decisi a modernizzare insieme il Paese.
Inedita è ad esempio la divisione dei ministeri tra otto donne e otto uomini, perfettamente ‘’gender equal’’, come d’altronde avevano anticipato le parole del neocancelliere, scandite da un sorriso: «Le donne avranno la metà del potere».

Le novità del nuovo programma

Otto donne e otto uomini, i nuovi ministri del governo Scholz. Fonte: Repubblica.it

La piena parità di genere è sicuramente tra le novità assolute del nuovo esecutivo e l’arrivo di Nancy Faeser, già presidente dell’assemblea regionale dell’Assia (Regione e stato della Germania occidentale) e divenuta adesso prima donna ad occupare il ministero dell’Interno, ne esprime la concreta realizzazione.

Nondimeno, l’ambizioso e pragmatico programma concordato dal nuovo governo contiene diversi altri interessanti punti:

• In materia economica, il governo vuole aumentare il salario minimo del 25 per cento, rafforzare le società partecipate dallo stato e finanziare la costruzione di 100mila nuovi appartamenti l’anno. Allo stesso tempo viene esclusa l’eventualità di aumentare in modo significativo le tasse esistenti o di introdurne delle altre;

• In materia ecologica, il governo si impegnerà a creare un fondo da 50 miliardi per combattere il riscaldamento globale, un passo molto significativo considerato che la Germania è uno dei paesi dell’Europa occidentale più legati ai combustibili fossili;

• Proposte come la legalizzazione della marijuana, «la liberalizzazione dell’arcaica legge sulla cittadinanza, la riduzione della burocrazia, una riforma elettorale per ridurre il numero dei parlamentari, maggiori diritti per le persone gay e transgender», elencate nel settimanale inglese ‘’Economist’’;

• In politica estera sembrerebbe che i tre partiti vogliano abbandonare la prudente politica dei governi guidati in precedenza dalla CDU (Unione Cristiano-Democratica) di Angela Merkel, leader tra le più disponibili in Europa a dialogare con gli avversari politici come Cina e Russia. Mentre l’atteggiamento da tenere nei confronti delle istituzioni europee resta sempre quello orientato a rimanere «l’ancora di stabilità dell’Europa».

In sintesi, il nuovo documento programmatico rappresenta un compromesso fra ambizione e accortezza, attento a tener conto della necessità di convivenza tra partiti più progressisti, come Socialdemocratici e Verdi, e quello liberale e conservatore dei Liberaldemocratici.

Chi è Olaf Scholz?

Il 63enne Scholz fa parte della SPD dal 1975 – vale a dire da quando aveva 17 anni – ed è stato sindaco di Amburgo dal 2011 al 2018, anno in cui è diventato Ministro delle Finanze e vice cancelliere del quarto (e uscente) governo di Angela Merkel.

Leader pragmatico, socialdemocratico moderato e centrista, la popolarità a livello nazionale del nuovo cancelliere è cresciuta particolarmente durante gli anni da ministro, grazie al modo in cui aveva gestito l’emergenza da Coronavirus. Scholz, infatti, con la distribuzione di ingenti sussidi statali per sostenere l’economia del paese, viene considerato tra i principali autori del Fondo della ripresa approvato dal Consiglio Europeo.

Nonostante durante la sua campagna elettorale abbia insistito molto su politiche sociali tradizionalmente progressiste, è riuscito al contempo a convincere gli elettori tedeschi che un governo di centrosinistra non sarà poi così dissimile da quelli della Merkel.

L’addio alla Merkel

Durante la cerimonia di investitura del nuovo cancelliere tedesco il Parlamento ha salutato con un lungo applauso la cancelliera uscente Angela Merkel, la quale dopo un po’ si è alzata in piedi come per dire che la giornata di ieri non fosse la sua ma del suo erede, riconfermando ancora una volta il suo stile assoluto e sobrio, anche nell’addio.

Fonte: Blitz quotidiano

La Merkel è stata una delle prime ad accogliere con un applauso l’annuncio del risultato di Scholz, al quale ha voluto dedicare alcune parole durante il passaggio dei poteri:

«Lo so per esperienza, è un momento commovente essere eletto in questo incarico – ha detto – ma se uno lo affronta con gioia, assumersi la responsabilità del nostro Paese è uno dei compiti più belli: bisogna sempre affrontare sfide nuove perché al mattino quando uno si alza non sa mai cosa succederà la sera. Prenda possesso di questa casa e ci lavori al meglio per la Repubblica».

E non è mancata una risposta di ringraziamento da parte del neocancelliere:

«Voglio ringraziarla per il suo lavoro di questi 16 anni». Sono stati anni «in cui lei ha dovuto superare grandi sfide, un periodo meraviglioso». Scholz ha voluto poi ricordare «l’ottima collaborazione» intercorsa come esponente dei governi di coalizione guidati da Merkel e che durante i 16 anni di governo dell’ormai ex cancelliera, la Germania ha dovuto affrontare “grandi sfide”, come la crisi finanziaria del 2008-2009 o la crisi migratoria del 2015. «Ora – ha aggiunto – la grande sfida è quella economica e sociale collegata al Covid».

Gaia Cautela

Sicilia, da oggi obbligo di mascherina all’aperto: tutte le restrizioni previste dall’ordinanza Musumeci

In Sicilia  da oggi sono in vigore nuove misure di prevenzione anti Covid per contrastare la diffusione del virus, anche nella nuova variante comunemente nota come ‘’Omicron’’. Tra queste, mascherina obbligatoria e maggiori controlli in porti e aeroporti.

Il presidente della regione Sicilia, Nello Musumeci. Fonte: ilgazzettino.it

A prevederle, un testo di 5 articoli (vedi versione integrale dell’ordinanza) firmato ieri dal presidente della regione Nello Musumeci, e adottato in seguito alla relazione dell’assessorato alla Salute. In vista delle prossime festività natalizie, l’ordinanza sarà estesa per l’intero mese di dicembre, vale a dire dal 2 dicembre fino al 31.

L’obbligo di mascherina all’aperto

Tutti i cittadini siciliani di età superiore ai 12 anni devono indossare la mascherina nei luoghi pubblici e aperti al pubblico. Ad assicurare il rispetto della norma sono le autorità addette alla pubblica sicurezza, anche mediante l’applicazione di sanzioni previste dalla legge, ove necessario.

L’obbligo di tampone per migranti e viaggiatori

Un’altra novità introdotta dall’ordinanza di Musumeci è l’estensione dell’obbligo di tampone in tutti i porti e aeroporti ai passeggeri che arrivano in Sicilia dalla Repubblica del Sudafrica, Botswana, Repubblica Araba di Egitto, Repubblica di Turchia, Hong Kong e Stato d’Israele.
Prima di quest’ultimo provvedimento, il controllo era già previsto per chi provenisse – oppure avesse soggiornato o transitato nei 14 giorni precedenti alla partenza – da Gran Bretagna, Germania, Malta, Portogallo, Spagna, Francia, Grecia, Paesi Bassi e Stati Uniti, per un totale di 15 stati esteri.

Controlli antiCovid nell’aeroporto di Palermo. Fonte: informazione.it

Per quanto riguarda i passeggeri in arrivo da Paesi per i quali il tampone obbligatorio non è previsto, essi potranno comunque fare richiesta e sottoporsi al test direttamente presso lo scalo e a titolo gratuito.
E ancora, coloro che sono giunti in Sicilia nei 10 giorni precedenti all’entrata in vigore dell’ordinanza sono tenuti a contattare il Dipartimento di prevenzione dell’Asp territorialmente competente e il proprio medico di Medicina generale per essere sottoposti a tampone molecolare. Anche i migranti che raggiungono il territorio siciliano dovranno essere sottoposti a tampone molecolare, una volta terminato il loro periodo di quarantena.

Attività dei laboratori regionali sotto monitoraggio

Dal momento che l’ordinanza punta oltretutto ad assicurare in tutte le province dell’isola un’appropriata sorveglianza epidemiologica, per farlo il Dipartimento per le attività sanitarie e osservatorio epidemiologico (Dasoe) dell’assessorato della Salute e il Dipartimento per la pianificazione strategica eseguiranno una ricognizione dei laboratori siciliani capaci di sequenziare le varianti del virus (vale a dire individuare mediante lettura dell’intero genoma virale eventuali differenze e mutazioni) e ne coordineranno l’attività. L’obbiettivo da raggiungere è l’aumento progressivo del numero di tamponi sequenziati in Sicilia.

Assembramenti natalizi e contagi

Per comprendere il motivo di simili provvedimenti a pochi giorni dall’inizio delle festività basta pensare alle storiche scene di marzo 2020, quando prima della chiusura totale del governo Conte, centinaia di persone affollavano stazioni e treni con destinazione il Sud: sono molti i giovani studenti e lavoratori che ogni anno alimentano la movimentazione tra una regione all’altra, specie durante le feste.

Dunque, nonostante il numero dei nuovi positivi in Sicilia sia rimasto stazionario negli ultimi giorni, a preoccupare i governi sono soprattutto gli assembramenti nelle vie e piazze dello shopping e l’arrivo di gente da altre regioni, elementi che potrebbero portare ad un maggiore aumento dei contagi, potenzialmente preoccupante seppur non ai livelli dello scorso anno.

Fonte: La Repubblica

Le voci dei sindaci e Musumeci

Con l’obbligo di mascherina all’aperto, la Sicilia ha scelto di adeguarsi ad altre regioni e città dove era già scattato in precedenza l’obbligo come a Torino e a Firenze, seppur in alcuni casi il dispositivo di protezione vada indossato soltanto in determinate vie e piazze particolarmente affollate.

Il presidente dell’Anci (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani), Antonio Decaro, ha fatto sapere che vari sindaci hanno richiesto al Governo di valutare l’opportunità di estendere l’obbligo a livello nazionale e fino al mese di gennaio:

“Quelli – ha spiegato – sono i giorni del Natale dove per lo shopping, per la voglia giustamente di stare insieme e di fare comunità, nelle nostre città c’è maggiore possibilità di assembramento. Se ci fosse un provvedimento nazionale, come abbiamo spiegato al Governo, sarebbe tanto di guadagnato, perché daremmo un segnale unico a tutto il Paese”.

Anche il presidente Musumeci ha detto la sua ieri:

Vogliamo passare il Natale in sicurezza, sia dal punto di vista sanitario che economico. La Sicilia non potrebbe sopportare una nuova chiusura”.

Una linea dura è stata adottata nei confronti dei ”No vax”:

“Sono convinto che nell’area “no vax” ci sia una fascia di cittadini cosiddetti non irriducibili, che per timore o insufficiente informazione, rimane diffidente. Credo che con un provvedimento drastico e restrittivo, ovviamente straordinario, potremmo recuperare questa larga fascia di indecisi. I dati dimostrano che l’80 per cento dei ricoverati negli ospedali non ha fatto vaccino”.

Gaia Cautela