La “pazza gioia” di Paolo Virzì: la vulnerabilità incontenibile della felicità

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L’oblio dei ricordi che riaffiorano nella memoria frammentata e nella quotidianità dolorosa di due donne. Il desiderio travolgente di scappare dagli spettri del passato e da un’esistenza che si riesce a contenere a fatica. Può il disagio della sofferenza psichica accordarsi con i vessilli della felicità? L’ultimo film di Paolo Virzì, nelle sale da martedì 17 maggio, è il punto di contatto tra universi che spesso entrano in collisione, al cinema come nella vita: la “normalità” della sanità mentale e l’instabilità dei deviati e degli ultimi.
Il nuovo lavoro del regista livornese, d’origine siciliana per parte paterna, scritto con la collaborazione di Francesca Archibugi, una brillante commedia drammatica on the road che mette insieme divertimento intelligente a momenti genuini di commozione, ha raccolto ben quindici minuti applausi nella sezione Quinzaine des realizateurs del Festival di Cannes e un successo al botteghino già nei primissimi giorni di programmazione sugli schermi. Come lo stesso Paolo Virzì ha dichiarato durante un’intervista proprio in occasione della presentazione al festival la vicenda racconta una storia di follia che parla del forte legame di amicizia, o meglio della “relazione affettiva tempestosa”, tra due figure femminili dalla vita complicata in un turbine di ribellione alle regole imposte.
Dopo la Brianza del Capitale umano, torna ancora ad essere protagonista il paesaggio della Toscana. Nella campagna pistoiese si trova Villa Biondi, immersa nei fasti di un antico casolare, gestita dai servizi sociali e dal personale medico psichiatrico, e trasformata in una comunità terapeutica che accoglie donne ritenute socialmente pericolose in custodia giudiziaria. E’ in questo luogo che si incrociano per caso gli sguardi di Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi, già nel Capitale umano e vincitrice di tre David di Donatello) e di Donatella (Micaela Ramazzotti, a fianco di Paolo Virzì in Tutta la vita davanti e ne La prima cosa bella), donne dal carattere differente ma dai tratti psicopatologici ugualmente profondamente segnati: esuberante, mitomane, loquace, la prima è scossa dall’arrivo in comunità di Donatella, ragazza fragile e silenziosa che ascolta senza sosta dalle cuffiette del cellulare la canzone Senza Fine di Gino Paoli. L’incontro le porterà a ritrovarsi in una circostanza fortuita che provocherà una fuga verso un altrove non pianificato; così seguiranno una serie di accadimenti tragicomici e rocamboleschi, l’incontro con dei personaggi che metteranno in discussione il concetto di normalità psichica, il furto di un auto, il giro notturno nella movida, e infine l’avvicinamento coraggioso alle ombre passato: il legame affettivo impetuoso che scaturirà proprio grazie alla diversità si concretizzerà in un esortazione ad andare avanti nonostante il buio interiore e gli errori commessi.
I personaggi di Paolo Virzì sono delle figure complesse indagate nella loro interezza umana e psichica, senza nessuno spazio lasciato alla facile impronta macchiettistica. Nel cast accanto alle attrici professioniste non a caso, sono state selezionate delle pazienti dei centri del dipartimento di salute mentale della Ausl, che è arduo distinguere dalle altre attrici. L’introspezione della sensibilità femminile è uno degli aspetti più riusciti. Le due donne appaiono in misura diversa alienate dalla realtà e allontanate dai loro affetti. Il percorso alla ricerca della normalità, se di normalità si può parlare in quel “manicomio a cielo aperto che è l’Italia”, sarà un lento risalire fuori dall’acqua, come nell’incidente che ha coinvolto Donatella e il figlioletto Elia. Il mare che può inghiottire ma anche fare da palcoscenico agli spruzzi e alle risate di una ritrovata ma sempre incerta e mai ferma serenità, rappresentata dalla toccante scena finale in Versilia.
Il delicato tema del disagio mentale, ancora molto spesso tabù in Italia, è trattato senza arrivare a conclusioni affrettate e a giudizi lapidari: gli operatori sanitari sono figure allo stesso modo convincenti e reali. Ma è nell’oscillazione tra l’euforia e l’amarezza che si incunea l’emotività delle protagoniste che coinvolge il senso della fugace possibilità di vivere la pazza gioia. Per citare la scrittrice Mignon McLaughlin: “molte cose possono farti infelice per settimane; poche possono portare un giorno intero di felicità”. 
Eulalia Cambria

di Redazione UniVersoMe

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