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Storia di un musicista errante: l’avventurosa vita di Giovanni Antonio Pandolfi Mealli, violinista a Messina

Gerrit van Honthorst, “L’allegro violinista”, 1623.

Da Montepulciano a Venezia, da Venezia a Innsbruck, da Innsbruck alla nostra Messina, e da lì non si sa dove, fino a finire alla corte del Re di Spagna. Aggiungiamoci tanta, tantissima musica, perchè di un musicista stiamo parlando: Giovanni Antonio Pandolfi Mealli, violinista e compositore. Poi, giusto per aggiungere un pizzico di torbido, la storia misteriosa di un omicidio… Come ambientazione, il Seicento europeo delle corti nobiliari, dei fasti e dei capricci del Barocco, il Seicento dell’epoca d’oro della storia di Messina e del suo crepuscolo.

Ce n’è abbastanza per un romanzo d’appendice, vero? E invece stiamo parlando di una storia vera, faticosamente ricostruita da archivi e fonti bibliografiche e confinata alla polvere e agli scaffali delle biblioteche; e stiamo parlando di alcuni spartiti, anch’essi poco più che muti fogli di carta, che però, nelle sapienti mani degli esperti, possono trasformarsi in musica; musica che ci parla di un’epoca e un mondo che non esiste più.

E’ a Montepulciano, in Toscana, che il nostro protagonista viene alla luce nel 1624, col nome di Domenico Pandolfi: il nome Giovanni Antonio, con cui diverrà noto in futuro, lo prenderà anni dopo, quando si farà prete, mentre il secondo cognome, Mealli, è quello del primo marito della madre, vedova e risposata con Antonio Pandolfi. Nel 1629, cinque anni dopo la sua nascita, il padre muore: è così che la famiglia si trasferisce a Venezia, dove Giovan Battista Mealli, il suo fratellastro, figlio di primo letto, lavora come cantore nella cattedrale di San Marco. Proprio qui il giovane, presumibilmente, apprende i rudimenti della musica.

Passano gli anni e Giovanni Antonio, divenuto sacerdote e valente violinista, si stabilisce a Innsbruck, alla corte dell’Arciduca d’Austria: è lì che vengono pubblicate, nel 1660, due raccolte di musica per violino, pezzi pregevoli scritti in uno stile irruento, capriccioso, espressivo e virtuosistico, nel pieno dei canoni barocchi dello “stylus phantasticus”, lo stile fantastico, in voga all’epoca nel Nord Europa. (qui una registrazione completa: https://www.youtube.com/watch?v=J2HSgxfN_ks )

Evaristo Baschenis, “Natura morta con strumenti musicali”, 1650

Nove anni dopo lo ritroviamo a Messina, violinista nella Cappella Senatoria del Duomo. Non si sa quali vicende lo abbiano portato a spostarsi dall’Austria alla città dello Stretto; ma sappiamo che in quel periodo Messina è una città florida, ricca e culturalmente vivace, il Senato è all’apogeo del suo potere politico, e la Cappella Senatoria, come riflesso di questo periodo di splendore, è una istituzione musicale fiorente e importante nel panorama siciliano e ospita musicisti da tutto il resto d’Italia e da Roma. In questo contesto di variopinta attività culturale possiamo anche inserire l‘Accademia le cui riunioni si tenevano nella residenza del nobile Giovanni La Rocca, principe d’Alcontres e marchese di Roccalumera, mecenate che si dilettava di musica (pare possedesse e suonasse il claviorgano, uno strumento dell’epoca ibrido fra un clavicembalo e un piccolo organo) e della cui cerchia Pandolfi faceva parte come protetto. A lui è infatti dedicata la raccolta di Sonate pubblicata a Roma nel 1669, l’unica opera che ci sia pervenuta dal suo periodo messinese. Una opera che documenta un netto cambio di stile rispetto ai lavori precedenti: scompaiono le capricciose evoluzioni del violino solista, cedendo il passo a danze e variazioni su temi: un genere che doveva essere molto di moda nella Messina del ‘600, dato che anche Bernardo Storace, che della Cappella del Duomo fu vice maestro e organista più o meno negli stessi anni in cui vi lavorò Pandolfi, ne fa largo uso in una raccolta di pezzi per organo e clavicembalo. Spesso sono scritti per più strumenti, chiaramente destinati ad essere suonati in gruppo, da piccole ensemble strumentali: secondo una usanza tipica dell’epoca, che Pandolfi adottò anche nei lavori del 1660, le singole sonate sono intitolate coi nomi dei colleghi ed amici della Cappella Senatoria di Messina, ed erano probabilmente destinate ad essere eseguite con loro, tanto in chiesa quanto nel contesto dell’Accademia.

Bartolomeo Bettera, “Natura morta con strumenti musicali”, XVII sec.

Poi, nel 1675, avviene un fatto misterioso che cambia la vita di questo musicista: un giorno, mentre si trova nel Duomo, ai piedi della scala della cantoria, ha una lite violenta con un cantante, il castrato Giovannino Marquett. Nulla si sa, e forse mai si saprà, di cosa sia successo tra i due, che peraltro dovevano essere stati in ottimi rapporti fino a qualche anno prima, dato che proprio a Marquett è dedicata una delle sonate del 1669, appunto intitolata “il Marquetta” (la trovi qui: https://youtu.be/VtydebLyFyE?t=1761 ). Quel che è certo però è che deve essersi trattato di una lite davvero seria: a un certo punto, dopo essere stato a lungo provocato, Pandolfi perde il controllo, sottrae la spada al cantante e lo colpisce a morte.

Costretto a scappare da Messina in seguito a questo omicidio sacrilego, Pandolfi scompare dalla circolazione, per poi ricomparire, qualche anno dopo, nientemeno che a Madrid, come violinista della Cappella Reale. Da questo momento in poi, le tracce della sua esistenza iniziano a diradarsi fino a perdersi nei meandri della Storia.

Cosa ci resta di questo musicista avventuroso dalla storia piena di punti interrogativi? Senza dubbio la musica: ma perché essa possa continuare a vivere e non tacere per sempre, bisogna che qualcuno la esegua. Se, infatti, dei lavori musicali di Innsbruck abbiamo diverse registrazioni ed esecuzioni, lo stesso non si può dire delle Sonate messinesi, sconosciute tanto al grande pubblico quanto, spesso, agli stessi addetti ai lavori, tanto che ad oggi manca una loro registrazione completa. Un altro frammento dell’enorme (e sottovalutato) patrimonio culturale della città di Messina, destinato forse a rimanere nell’oblio. 

Gianpaolo Basile

 

di Redazione UniVersoMe

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