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Bohemian Rhapsody: inno a Freddie Mercury, il più grande cantante di tutti i tempi

Bohemian Rhapsody è un film di genere biografico, drammatico, musicale del 2018, diretto da Dexter Fletcher, Bryan Singer, con Rami Malek e Mike Myersv. La pellicola segue i primi quindici anni del celebre gruppo rock dei Queen, dalla nascita della formazione nel 1970 fino al concerto Live Aid del 1985. Il film mostra quindi l’ascesa al successo della band e soprattutto l’evoluzione, la crescita e i momenti salienti della vita del suo frontman, Freddie Mercury.

Le parole “Un nome, una garanzia” rendono davvero giustizia al grandissimo cantante considerato da molti inarrivabile, insostituibile, UNICO.  Tutto ciò è ampiamento confermato dal film: una personalità eccentrica e sopra le righe come quella di Freddie che forma  insieme agli amici Brian May, Roger Taylor e John Deacon, quella che sarebbe poi diventata una delle più importanti rock band del secolo scorso.

Fin dalle prime scene emerge il rapporto conflittuale che il giovane Freddie ha con la propria famiglia, con le proprie origini, con ciò che il padre vorrebbe lui diventasse. La famiglia, originaria di Zanzibar, scappa dal paese d’origine nel 1964 a causa della rivoluzione e si reca in Inghilterra per garantirsi un futuro migliore. Molto spesso, nella prima parte del film, Freddie viene chiamato, con disprezzo dai londinesi “Paki”, dato il suo colore di pelle e i suoi lineamenti marcati. E’ durante la prima esibizione della band nel 1970, in un pub, che il cantante conquista tutti con la sua voce, con la sua estensione vocale pazzesca. Alla prima esibizione ne seguirà una seconda, una terza e poi altre svariate e incredibili.

John Reid (Aidan Gillen): Su, ditemi, cos’hanno i Queen di diverso da tutte le altre aspiranti rockstar che incontro?
Freddie Mercury: Glielo dico io cos’abbiamo… siamo quattro emarginati, male assortiti, che suonano per altri emarginati…i reietti in fondo alla stanza che sono piuttosto certi di non potersi integrare, noi apparteniamo a loro.

I primi album della band vennero ben accolti dalla critica, con un rapido incremento della popolarità dei Queen; la volontà di Mercury era comunque quella di innovare il più possibile il loro stile musicale, attingendo ai più diversi generi musicali. Nel 1975 venne pubblicato A Night at the Opera, che consacrò definitivamente il quartetto. Il singolo Bohemian Rhapsody  divenne il simbolo della creatività del gruppo e soprattutto del suo cantante, che ne era l’autore; per la registrazione di questa sola canzone furono necessarie tre settimane, di cui una dedicata esclusivamente alla parte vocale centrale. Nei successivi anni, Mercury scrisse alcune tra le più importanti canzoni dei Queen, come Somebody to Love (A Day at the Races. 1976)We Are the Champions (News of the World, 1977), Don’t Stop Me Now (Jazz, 1978), Crazy Little Thing Called Love (The Game, 1980).

Un ruolo importante è dato al rapporto di Freddie con Mary Austin, sua storica fidanzata. Il loro incontro avviene prima della formazione stessa della rinomata band. Negli anni Settanta, i due si sono fidanzati, arrivando quasi al matrimonio ma nel 1976, il cantante fa chiarezza sul proprio orientamento sessuale e i due quindi si separano. Mary resterà sempre accanto a Freddie e sarà proprio lei a farlo rinsavire dopo l’abbandono della band per aver firmato un contratto da solista.

“Love of my life – you’ve hurt me 
You’ve broken my heart and now you leave me 
Love of my life can’t you see 
Bring it back, bring it back 
Don’t take it away from me, because you don’t know 
What it means to me.”

Love of My Life ha rappresentato uno dei capisaldi del gruppo nei concerti con ampia partecipazione del pubblico. Molti attribuiscono la dedica di questi versi da parte di Freddie Mercury a Mary Austin, per molti l’unico e vero “amore della vita” del leader dei Queen, un vero e proprio punto di riferimento per lui, tanto da confidare per prima a lei la propria malattia e da assegnarle la gestione delle proprie ceneri con collocazione in un luogo segreto al pubblico. A portarlo sulla cattiva strada è Paul Prenter, il manager della band: egli si approfitta della personalità fragile e malinconica di Freddie, della sua paura di restare solo. L’abbandono della band è sentito come un vero e proprio tradimento verso gli altri membri, verso la sua famiglia. Prenter impedisce a Freddie ogni contatto con la band e con Mary, tenendo nascosto il concerto di beneficenza, il Live Aid, che si sarebbe tenuto il 13 luglio 1985 nello stadio di Wembley. Mary si reca a casa di Freddie e lo trova in condizioni pessime, rovinato dall’alcol, dalle droghe e dall’AIDS. Nel film è riportata anche la drammatica diagnosi della malattia di cui Freddie parlerà al mondo intero solo nel 1991, un giorno prima di morire. Venuto a conoscenza del Live Aid, Freddie licenzia Prenter e torna nella band alla quale rivela di essersi ammalato.  Durante il famoso concerto, i Queen fanno di nuovo sfoggio della loro immensa bravura riuscendo a tenere in pugno 72.000 spettatori: Il frontman si riconferma il più grande performer della storia.

Il film dell’anno per i fans della band, atteso con impazienza, da vedere assolutamente. Rami Malek, attore americano di padre egiziano e madre greca, interpreta il ruolo di Freddie Mercury. La prova non era affatto facile ma l’attore è riuscito a calarsi completamente nel personaggio: stesse movenze, stesse espressioni, frutto di mesi e mesi di sforzi. Il risultato è magnifico e fa sperare al premio Oscar per l’attore. Una recitazione che coinvolge, che commuove e fa sospirare chiunque guardi il film. Durante la visione sembra di essere in mezzo al pubblico che canta e che piange e ogni canzone non può che essere cantata a squarciagola, con gli occhi lucidi. La trama è certamente romanzata e certi fatti non corrispondono precisamente al vero ma ciò è funzionale per la sceneggiatura e per un’ottimale trasposizione degli eventi. Anche il resto del cast ha svolto un ottimo lavoro nonostante rappresenti solo una cornice, dentro la quale è la vita di Freddie ad avere il ruolo principale. Un Freddie Mercury che non si può che rimpiangere e ricordare con nostalgia, strappatoci via all’età di 45 anni. Un uomo fragile ma forte allo stesso tempo, che ha lottato fino alla fine in nome della musica, dell’arte, della passione. Un grandissimo messaggio alla fine del film: The show must go on, a ricordarci che nonostante tutto ci spinga a lasciarci andare, non dobbiamo mai abbandonare il nostro ruolo nello spettacolo dell’esistenza.

Susanna Galati

di Recensioni

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