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I nativi digitali e la lotta di supremazia dei millennials

Ascolto consigliato “Altrove” – Eugenio in via di gioia

Qualcuno disse “La storia si ripete”, ma la stessa storia potrebbe confondere se stessa con le sue bugie. Quello succede periodicamente ad intervalli indeterminati. Ad ondate ancora non ben delineate nell’universo spazio temporale.

Un po’ come in una classica puntata di Sex and the City, mi ritrovo nella stessa situazione di Carrie quando si metteva a scrivere: peccato non essere in quell’appartamento. In ogni caso la scena di me che prendo un sorso di caffè accanto al pc c’è. Agenda accanto c’è. Cose procrastinate da giorni pure.

Ricordo un pomeriggio di quelli che apprezzo vivere, perché ogni volta vivo qualcosa di nuovo. Chiacchieravo con una splendida ragazza, Lilly, di qualche anno più grande di me, che ci teneva a dirmi che ammira tanto le generazioni nate tra il 1994 e il 1999, i nativi digitali. Perché? Perché siamo la cavia di un passato incosciente e di un futuro aggressivo. Viviamo con la costante oppressione del posto fisso, della paura di dover superare i nostri limiti perché ci viene imposto, trascinando il peso di una crisi generazionale frammentata e mai ricomposta da una comunità statale che ha accantonato i disturbi patologici sofferti dai propri cittadini. Lilly mi ha ammesso con le mani in alto che la sua classe della fine degli anni Ottanta e inizi Novanta a volte si comporta con prepotenza nei nostri confronti, come chi vede i giovani una minaccia per il proprio futuro.

Facendo un passo indietro, è bene spiegare i termini “tecnici”: con nativi digitali si intendono quelle generazioni nate e cresciute con i nuovi sistemi tecnologici che sono appannaggio di tutti; i millennials sono invece tutti coloro nati dalla fine degli anni Settanta in poi.

La differenza, benchè semplice, è abissale nel loro rapporto con la società. I millennials sono figli del secondo boom economico, con genitori che hanno vissuto i nostri anni Sessanta, la rivoluzione 68ina e tutto ciò che ne è scaturito. Nel bene e nel male. Il problema è che questo boom economico li ha abituati bene, sono stati molto fortunati nella loro crescita, ma si sa i primi anni ’90 sono stati un fulmine a ciel sereno che ha fatto crollare quel muro di sogni che era stato costruito con tanta cura.
I nativi digitali, nella crisi esistenziale che ha colpito un’intera società, hanno affrontato le paure di genitori apprensivi e si affacciano su un futuro sempre più confusionario.

Il paternalismo particolarmente fastidioso delle generazioni precedenti mette in continua crisi chi è a cavallo tra passato e futuro globale. I millennials hanno una gamba appoggiata sul commodore 64 mentre l’altra la fanno vedere a mare con una tattica foto postata su Instagram. Due realtà di materialismo temporaneo con una difficile individuazione delle responsabilità. Lilly mi diceva che lei, come tutti i suoi amici, si sono cullati sugli allori, lasciando il grosso ai tech addicted. Forse perché avevano troppe aspettative sulle spalle difficili da realizzare nel contesto.

La generazione neo-adulta che vive il 21esimo secolo ha invece tante opportunità, invidiate da chi li precede, che frequentemente vengono stroncate da un “perché sì, è così.” In continua lotta tra ciò che hanno e cosa poterne costruire. I millennials accusano il colpo, e come tattica di difesa ripetono le stesse parole dei loro genitori allontanandosi dalla realtà e prendendone solo ciò che per loro è comunque conveniente. Attenzione: la mia non è una critica a nessuna generazione, ma un confronto diretto. E vi spiego perché: Il sociologo Christopher Lasch scriveva delle élite globali così

“Si sentono a casa propria soltanto quando si muovono, quando sono en route verso una conferenza ad alto livello, l’inaugurazione di una nuova attività esclusiva, un festival cinematografico internazionale, o una località turistica non ancora scoperta. La loro è essenzialmente una visione turistica del mondo”

e Mario Capanna, nel libro Lettera a mio figlio sul sessantotto, che

“I <<figli di Tangentopoli>> (tra i quindici e in ventiquattro anni) nati e cresciuti nel dilagare del rampantismo – gli anni Ottanta e Novanta – si distinguono per <<sfiducia nei confronti delle istituzioni>>, <<diffidenza verso il prossimo>>, <<disillusione riguardo il futuro>>, <<timore di fronte alle scelte e alle possibilità>> […] come se si svegliassero di colpo in un mondo ostile, senza colori e senza speranza”

La prima citazione, di Lasch, fu scritta nel 1995 e Mario Capanna pubblicò il libro nel 1998. In un primo momento avete pensato fossero attuali? Ebbene, più di vent’anni fa la storia era la stessa.

Due generazioni con le loro sfighe, che dell’appellativo “giovani” ne hanno fatto un mostro simile a Thanos (personaggio dei fumetti Marvel, ndr). Siamo in un loop adolescenziale che non ci permette di essere sereni, di vivere la nostra esistenza. Quindi, cari millennials, non abbiatecela con noi: anche voi siete stati giovani! Lo siete. Non è meglio ritenersi una risorsa al posto di essere influenzati dall’idea di essere un pericolo?

 

 

Giulia Greco

Pics credits: ©Giulia Greco

Immagine in evidenza: ©Laura La Rosa

 

 

di Giulia Greco

Classe '96, con particolare realismo ho sempre preferito rimanere ai margini dai contesti mainstream della città dello Stretto, per questo mi piace raccontarli attraverso la scrittura e la fotografia. Un po' per passione, un po' per esserci nata, ho lavorato per diverse radio - web ed FM -, scritto quando mi andava ed immortalato quando percepivo che quel momento doveva rimanere eterno. Come hobby studio Giurisprudenza presso l'UniMe (velata ironia).

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