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Numeri ed evidenze scientifiche contro le fake dell’infodemia: un invito all’equilibrio

L’insegnamento principale che possiamo trarre dall’anno appena trascorso è che siamo tutti profondamente diversi, in maniera non sempre prevedibile e non immediatamente evidente.

Abbiamo appreso che la COVID può evolvere in modo completamente differente in diversi individui: da casi totalmente asintomatici fino alla necessità di ricovero, che in alcuni casi non viene superato. Il tentativo di giustificare tali differenze sulla base del sesso, dell’età o anche delle patologie concomitanti non è sempre sufficiente.

Basta pensare che due soggetti identici, come due gemelli omozigoti, possono sviluppare una malattia con severità diversa. Il New York Times riporta la storia di due gemelle americane, Kelly e Kimberly, infettate nello stesso contesto: la prima ha sviluppato solo sintomi moderati, mentre la seconda ha trascorso più di un mese in terapia intensiva.

Tanta diversità dipende quindi da caratteristiche complesse, che non sono scritte solo nel DNA, e che quindi sono impossibili da valutare a priori nella loro interezza.

Cosa può aiutarci di fronte a tanta complessità? Un contributo ci arriva dai numeri. Quantificare ciò che succede ci permette di sbagliare meno e di avere contezza di ciò che osserviamo. I numeri non mentono, ma vanno ben analizzati e contestualizzati. Se “maneggiati” in modo improprio possono trarre in inganno, facendo sovrastimare o, al contrario, sottostimare certi eventi. Vanno, dunque, consegnati in mano ad esperti, in grado di elaborarli ed interpretarli correttamente.

Lo scopo è quello di fornire delle evidenze, ovvero delle prove su cui la scienza si basa per prendere ogni decisione. In medicina ogni nuova evidenza può permettere di decidere se continuare ad usare un farmaco, se investire in un vaccino o se eseguire un esame diagnostico. Allo stesso tempo nuove evidenze possono rigettare vecchi approcci o scoraggiarne di nuovi.

La pandemia ci fornisce numerosi spunti che confermano il valore dei numeri, in un braccio di ferro tra la (disperata) necessità di trovare soluzioni e il poco tempo disponibile.

L’esempio di un tentativo che si è dovuto arrendere di fronte alle evidenze prende il nome di idrossiclorochina. Si tratta di un farmaco di cui si è abusato all’inizio della pandemia, e di cui inspiegabilmente, ancora oggi, si continua a parlare. È stato dimostrato che la molecola non riduce il numero dei decessi, ma genera solo effetti collaterali. Sembra paradossale che, in passato, si pensasse addirittura di assumere la sostanza a scopo preventivo. La percezione e l’ipotesi che il farmaco funzionasse sono state annientate dai numeri.

Un altro esempio, ancor più significativo, è quello del plasma iperimmune. Nelle fasi più drammatiche della pandemia quest’approccio venne presentato come quasi miracoloso. Televisioni e giornali non parlavano d’altro e contribuivano ad alimentare la percezione di aver trovato una soluzione definitiva alla malattia.

Gruppi di ricerca di vari Paesi, quindi, si sono impegnati per verificare se l’efficacia del plasma fosse una percezione o un’evidenza. Uno studio pubblicato su una rivista di riferimento del settore (NEJM), coerentemente con quanto osservato successivamente in altri studi, dimostra che il trattamento con plasma non determina differenze significative nella mortalità. Anche in questo caso fidarsi dei tempi della scienza avrebbe potuto evitare una contagiosa illusione generale.

Questa pandemia ci dimostra, invece, che gli approcci migliori sono quelli messi in atto solo dopo aver avuto prova della loro efficacia. Un esempio? I vaccini: nessuno avrebbe mai pensato di somministrarli senza dei numeri che ne giustificassero l’impiego. Come previsto dagli studi, nel “mondo reale” si sta verificando una riduzione delle infezioni negli ambienti ospedalieri. I Paesi più avanti nella campagna vaccinale si dirigono addirittura verso un’apparente “normalità”.

I vaccini stanno dimostrando la capacità di superare le profonde differenze che ci contraddistinguono e che determinano l’imprevedibile decorso della malattia. Si tratta di un intervento prezioso che può abbattere le diversità e costituire fronte comune nella lotta al virus.

La sospensione precauzionale (termine fondamentale) di quello prodotto da AstraZeneca, per quanto detto finora, va analizzata con giudizio.

Quando si parla di reazioni avverse il problema è stabilire un rapporto di causa-effetto e non solo un rapporto temporale: se dopo aver mangiato una mela ci si frattura un osso, il problema non sarà stato certamente la mela. Ogni singolo evento grave o fatale va comunque approfondito con la massima attenzione: non possiamo permetterci farmaci meno sicuri rispetto a quanto dichiarato. Allo stesso tempo, la sospensione del vaccino AstraZeneca potrebbe determinare una quantità maggiore di morti per la mancata vaccinazione rispetto a quanti ne sarebbero avvenuti per un potenziale effetto raro non ancora dimostrato.

Le esperienze vissute nell’ultimo anno permettono di essere d’accordo su una cosa: i numeri, se corretti e ben utilizzati, alla fine presentano il conto. Non lasciamoci disorientare da percezioni errate e diffidiamo da chi amplifica queste percezioni in maniera poco convincente. Attendiamo informazioni affidabili senza cadere in conclusioni affrettate.

Lasciamo fare alla scienza quello che sa fare meglio: raccogliere e analizzare i numeri per costruire delle evidenze che possano superare le diversità e condurre verso soluzioni condivise e sicure alla pandemia.

Antonino Micari

di Redazione Scienza&Salute

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