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In Cina esistono dei campi di concentramento. Ecco cosa succede ancora nel 2020

Lo Xinjiang, una delle più grandi regioni cinesi, è oggi teatro di una vecchia storia che tutti conosciamo a memoria: quella dei campi di concentramento. Questa potente macchina di annientamento non vive, come un brutto ricordo, sotto le macerie del passato, piuttosto nella realtà presente. Vittime, questa volta, sono gli uiguri.

Il silenzio su questa realtà è stato rotto da un’inchiesta del 2018 pubblicata da Bitter Winter, quotidiano online sulla libertà religiosa e i diritti umani in Cina, che ha mostrato video girati all’interno di questi campi simili a prigioni. L’indagine ha confermato la più grande deportazione di una minoranza etnico-religiosa dopo la Seconda Guerra Mondiale. Pechino non ha tardato a mettere a tacere le notizie circolanti dichiarandole false.

Il video tutorial per aggirare la censura

La vicenda è diventata virale quando un anno fa Feroza Aziz, una ragazzina di 17 anni, ha pubblicato su TikTok quello che apparentemente sembrava un video-tutorial per l’uso del piegaciglia, ma che si è rivelato essere una denuncia al trattamento riservato da Pechino agli uiguri. Così dirompenti le parole della giovane americana da non lasciare indifferenti:

“Questo è un olocausto”.

L’escamotage utilizzata dalla ragazza per aggirare la censura ha permesso a milioni di utenti di visualizzare il video prima che la piattaforma, per puro caso, la bannasse.

Ma chi sono gli uiguri? Perché vengono repressi e perseguitati?

Gli uiguri sono una minoranza di religione musulmana e di etnia turcofona che abita lo Xinjiang costituendo il 46% della popolazione, la maggioranza relativa della regione. Gli altri abitanti sono cinesi d’etnia Han e kazaki.

Lo Xinjiang e la Cina – Fonte: www.travelcities.net

 

Ottenuta l’indipendenza nel 1934 con la costituzione della repubblica del Turkestan orientale, la regione venne annessa alla Repubblica Popolare Cinese nel 1949 diventando terra di immigrazione cinese. Il malcontento e il dissenso si fecero sentire: nel secondo dopoguerra gli uiguri reclamarono a gran voce la loro indipendenza provocando repressioni da parte di Pechino.

Negli anni ’90 le tensioni si intensificarono. Nel 1991 uno studente religioso, fortemente influenzato dagli ideali della jihad afghana, organizzò una rivolta nel distretto di Baren per la ricostituzione dello Stato indipendente del Turkestan orientale; nel 1997 un gruppo estremista di uiguri islamici lanciò bombe sugli autobus ad Urumqi. Soltanto due dei numerosi atti che rafforzarono la stretta repressiva di Pechino.

L’attentato alle torri gemelle del settembre 2001 ha avuto un forte impatto sulla vicenda: la lotta al terrorismo degli anni 2000, unita alla paura che la minoranza musulmana potesse rappresentare un pericolo per il paese, non favorì gli uiguri che guardavano all’indipendenza. Pechino intensificò le repressioni, le limitazioni alle libertà personali, l’indottrinamento, tanto da suscitare forte reazioni da parte degli uiguri. Una fra queste fu la marcia organizzata ad Urumqi nel luglio del 2009, degenerata in uno scontro con le forze armate di Pechino. Una relazione sicuramente burrascosa che, come riportato da documenti del New York Times, portò il segretario generale del Partito Comunista Cinese, Xi Jinping, di fronte alle violenze uigure del 2014, a consentire l’utilizzo di misure di antiterrorismo che violavano i diritti umani. Tra queste, i campi di reclusione.

Uno sguardo all’interno dei campi: ecco cosa succede

Quello che si sa oggi sulla vicenda basta a suscitare biasimo e indignazione.

Secondo le immagini satellitari ottenute dall’Australian Strategic Policy Institute, sono 380 i campi presenti nello Xinjiang, tra campi di rieducazione con sistemi di sicurezza più deboli e vere e proprie prigioni fortificate.

La struttura dei campi – Fonte: agcnews.eu

I destinatari sono presunti musulmani ribelli, pericolosi ed estremisti che vengono arrestati senza alcun processo. La violazione dei diritti opera, dunque, ancor prima della reclusione.

Sono ritenute colpe dei detenuti: l’astensione dalla carne, il rifiuto dell’alcol, il possesso di libri di cultura uigura musulmana, l’uso della barba lunga. Se da una parte è vero che l’estremismo in Xinjiang esiste e che può degenerare nel terrorismo, dall’altra parte è chiaro che le pratiche appena elencate non ne sono prove manifeste. Si tratta, quindi, non di una lotta contro i terroristi, piuttosto dell’annientamento di un’intera tradizione culturale.

Questo è provato dalle stesse pratiche adoperate: gli uiguri sono costretti ad imparare il mandarino, a sottoporsi ad un indottrinamento quotidiano finalizzato ad una venerazione del partito comunista cinese e a torture di vario tipo. I detenuti guadagnano crediti per il rispetto della disciplina fino a giungere ad una vera e propria trasformazione culturale, al termine della quale vengono trasferiti in altri campi per formarsi in ambito lavorativo. I tempi della rivoluzione culturale di Mao Tse-Tung, dunque, non sono lontani come sembrano.

Le testimonianze sui campi di reclusione

La conversione ideologica non avviene senza minacce di morte, violenze e abusi, come confermano numerose testimonianze.

Sconvolgenti le parole di Gulbahar Jelilova, una donna detenuta per un anno e tre mesi:

“La stanza era di 20 m² e non c’erano finestre. All’interno c’erano una quarantina di donne. La metà di loro era in piedi, altre coricate per terra, l’una contro l’altra. Portavamo tutte pesanti catene ai piedi”.

La donna continua descrivendo a quali pratiche erano soggetti i reclusi: venivano loro mostrati video su Xi Jinpig e costretti a scrivere recensioni su di lui, per accertarsi che le loro idee stessero cambiando; ogni lunedì alle 9:55 dovevano cantare l’inno cinese, il resto della settima cinque canzoni al giorno.

A Radio Free Asia un funzionario della polizia che ha lavorato per sei mesi in un campo di lavoro della città di Aksu, ha rivelato che nel suo campo sono morti 150 musulmani di etnia uigura. Gli abusi, a detta di quest’uomo, che comprendono violenze fisiche e psicologiche, non riguardano soltanto gli incarcerati ma gli stessi familiari, costretti ad invitare a casa propria dei membri del partito comunista di etnia Han, che sono incaricati di sorvegliare sulle loro abitudini e idee politiche.

Circa un anno fa è stato pubblicato un video su Youtube da un utente anonimo, poi fatto circolare dall’emittente televisiva Cnn, che mostrava uomini in divisa da carcerati, bendati, con le mani legate e la testa rasata, sorvegliati da agenti della polizia. Secondo il quotidiano britannico The Guardian si tratta del trasferimento di detenuti uiguri da un campo ad un altro.

Antiterrorismo o repressione?

Queste testimonianze provano l’esistenza di una realtà per anni tenuta all’oscuro. I fatti smentiscono le dichiarazioni degli esponenti politici del partito comunista cinese, i quali presentano le loro azioni come operazioni di antiterrorismo. I campi di detenzione sarebbero dunque dei campi rieducativi finalizzati a purificare gli animi dalla tendenza alla violenza e all’estremismo. Di certo, come abbiamo visto, il terrorismo sovversivo esiste nello Xinjiang, ma come considerare antiterroristiche delle azioni rivolte ad un’intera comunità culturale?

Le dichiarazioni di Pechino sembrano essere false, soprattutto se si considera il generale clima di controllo e repressione che si respira in Cina, di cui i campi di concentramento per gli uiguri sarebbero ulteriore conferma. Si pensi alla campagna di sinizzazione avviata da Xi Jinping non solo contro l’islam ma anche contro il cristianesimo e il buddhismo tibetano, oppure alla repressione delle proteste intraprese dai mongoli contro il divieto di insegnare la lingua locale.

Inoltre, non si possono negare gli interessi economici e strategici del partito comunista nello Xinjiang, una regione ricca di risorse petrolifere e frontiera esterna della Cina, confinante con gli Stati dell’Asia centrale e, dunque, area fondamentale nelle nuove vie della seta promesse da Pechino. Questo è un dato importante da considerare per comprendere come il governo centrale, a differenza di quanto dichiari, sia profondamente interessato ad un controllo totalizzante della regione. Controllo che, tra l’altro, viene esercitato non solo attraverso i campi, ma anche per mezzo di una continua sorveglianza di sicurezza che prevede la possibilità di ispezionare i cellulari alla ricerca di contenuti sospetti, o di verificare l’identità delle persone usando software di riconoscimento facciale.

Altri campi di concentramento nel mondo

Tutti i sogni e le speranze di un mondo fondato sulla libertà e il rispetto dei diritti umani sembrano infrangersi. La delusione è profonda se si guarda ad una realtà della quale la Cina non rappresenta un’isola in mezzo all’oceano. Campi di concentramento esistono ancora oggi in tutto il mondo.

In Korea del Nord tra 80000 e 120000 persone, per lo più prigionieri politici, vivono nei kwanliso. In Myanmar, Malaysia e Bangladesh la reclusione ha come vittime i rohingya, una minoranza etnica musulmana a cui il governo birmano non ha concesso la cittadinanza. Esistono campi di internamento anche negli Stati Uniti, come quello di Clint in Texas, al confine messicano, in cui nel 2019 sono stati rinchiusi 250 minori non accompagnati in condizioni disumane. In Turchia ci sono campi in cui vivono 3,6 milioni di rifugiati siriani. In Libia sono rinchiusi i migranti dell’Africa Subshariana. Ci sono campi anche in Iraq e in Siria. E i Cie e i Cpr italiani? Nonostante il nome sia differente, si tratta di veri e propri campi di detenzione, in cui vivono, in condizioni disumane, migranti in attesa di essere identificati e rispediti, poi, contro la loro volontà, nella loro terra.

Chiara Vita

di Redazione Attualità

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