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Il “Villaggio Svizzero” di Messina

Tutta la popolazione dello Stretto di Messina, ancora oggi, ha memoria del catastrofico sisma, avvenuto alle prime luci del mattino -05:21- del 28 dicembre 1908. Il terremoto, con una magnitudo di 7.1, fece vibrare per trenta interminabili secondi la terra e rase al suolo l’omonima città dello Stretto e in parte anche Reggio Calabria, causando centinaia di migliaia di morti.

Le vie di Messina dopo la catastrofeFonte: storia.redcross.ch

Il sostegno della Svizzera

Di fronte a questo spettacolo raccapricciante di morte, distruzione e disperazione, tutta l’Italia -e non solo- si mobilitò per soccorrere i popoli colpiti. Un aiuto, rimasto indelebile nella memoria dei cittadini, fu quello dato dalla Svizzera, che, non appena giunta la notizia, il 2 gennaio 1909 lanciò una raccolta fondi nazionale per aiutare la loro “nazione amica” rivolgendo al popolo svizzero il seguente appello tramite la stampa:

«In presenza di un simile disastro, la Svizzera non può rimanere inattiva. La nostra vicina, l’Italia, alla quale ci accomunano la lingua, l’industria e tanti legami intellettuali, deve sapere in quale misura il nostro popolo intero partecipa alla sventura che la colpisce in modo tanto brutale e terribile.» 

Poche settimane dopo giunsero così alle due città dello Stretto denaro, viveri, coperte, kit medici, cioccolata e abbigliamento.

Fonte: mutualpass.it

La nascita del “Villaggio Svizzero”

Il sostegno più importante però non si limitava ai beni di prima necessità. Grazie ai fondi inviati dalla Croce Rossa Svizzera e al contributo dell’ingegnere Spychiger, di origini svizzere ma residente in Calabria, furono costruite 21 case di legno a Messina su dei terreni che il governo italiano mise a diposizione in maniera gratuita. Queste erano ispirate al modello degli chalet svizzeri, coi tetti spioventi e costruite secondo criteri antisismici; nonostante fossero di piccole dimensioni, offrivano a chi le abitava tutto ciò di cui avevano bisogno.

Le casette bifamiliari erano di due tipi: il primo, previsto per la campagna, comprendeva quattro camere e due cucine, mentre il secondo, di stile borghese, era costituito da otto camere e due cucine e all’esterno vi erano anche delle piccole aree verdi.

Così nacque il Villaggio Svizzero”, che diede un barlume di speranza a circa 30 famiglie messinesi.

La Croce Rossa Svizzera aveva dettato una sola e inviolabile condizione: “le case non diventino oggetto di traffico, ma siano proprietà gratuita di quelli che hanno perduto la loro casa nella catastrofe”.

Lo chalet Rütli di Messina – Fonte: storia.redcross.ch

L’altra faccia dello Stretto: Reggio Calabria

Anche l’altra città dello Stretto Reggio Calabria cercò di risollevarsi dalla distruzione causata dallo stesso sisma; gli aiuti ricevuti furono preziosi tanto quanto lo erano stati per Messina.

La stessa Croce Rossa Svizzera avviò nel febbraio 1909, la costruzione di 16 chalet uguali a quelli fabbricati nella vicina Messina. Le abitazioni occupavano un’area di quattrocento metri quadrati, con un giardinetto attorno; erano bifamiliari, a due piani, con una scaletta esterna e con le ante delle finestre decorate con cuoricino.

Ad ogni chalet, i donatori svizzeri assegnarono un nome: Guglielmo Tell, Altdorf, Jungfrau, Sempione, San Gottardo, Cervino, Spluga, Sentis, Reno, Rodano, Keller, Pestalozzi, Haller.

La strada dove vennero poste queste case, venne denominata “Via dei Villini Svizzeri”. Entrambi i “villaggi Svizzeri” accolsero in totale 74 famiglie, ridando a circa 400 persone, un tetto sulla testa.

Le maestranze svizzere insieme all’ingegnere Spychiger a Reggio Calabria – Fonte: storia.redcross.ch

La via Svizzera e il “Villaggio Svizzero” oggi

L’intervento della Croce Rossa Svizzera nella zona terremotata di Messina si concluse nel novembre 1909.

Nonostante sia passato più di un secolo dal sisma e ormai di quelle casette costruite sia rimasto ben poco a livello materiale, l’aiuto svizzero non è mai stato obliato; ancora oggi, la zona -all’incrocio fra il viale Giostra e il viale Regina Elena- in cui sorgevano le abitazioni è chiamata “Villaggio Svizzero” e via Svizzera è denominata la strada che la attraversa.

 

                                                                                                                                                                              Marika Costantino                      

 

Fonti:

mutualpass.it/la-svizzera-a-messina

storia.redcross.ch/il-terremoto-di-messina

strill.it/la-storia-dei-qvillini-svizzeri

Quattro relitti dello Stretto: storia, stato attuale e foto

Lo Stretto di Messina torna al centro della nostra rubrica con un viaggio attraverso quattro relitti che “riposano” nelle sue leggendarie acque.

La Rigoletto

Il primo relitto di cui vogliamo raccontarvi è quello che si trova sulla costa della cosiddetta “Zona Falcata”.

La storia di questo relitto ha inizio negli anni ‘50. La nave serviva per il trasporto automobili Volkswagen e venne varata il 24 marzo 1955. Nel 1968 fu però venduta ad un armatore napoletano che la ribattezzò “Maddalena Lo Faro” (nome che mantiene ancora oggi insieme a Rigoletto).

La nave continuò a trasportare automobili, questa volta usate.

Trova però il suo epilogo in una traversata del Mediterraneo: il 1° luglio 1980 era infatti partita con un carico dal porto di Anversa ed era diretta a Beirut. Nelle acque di Caopospartivento (Sardegna) va però in avaria a causa di un incendio a bordo. L’equipaggio abbandona la nave, salvandosi.

Quale sarà il destino della Rigoletto?

La nave, anche se ancora in fiamme, viene trainata nei pressi del porto di Messina, proprio nella costa dell’attuale “Zona Falcata”. L’intento era quello di far incagliare la nave sulla spiaggia e gestire così la situazione critica. Tuttavia una manovra sbagliata la fa affondare. Non venne mai deciso come smaltirla.

Ricordiamo che si trattava di una nave lunga 78 metri e larga 13 metri, che oggi giace su un fondale di 35 metri.

Per i più coraggiosi, che vogliono avventurarsi nella “Zona Falcata”, ad oggi è possibile vedere dalla spiaggia una punta della prua a capolino dell’acqua. Diversi appassionati hanno effettuato delle immersioni, scattando bellissime foto, come quelle che vi stiamo proponendo qui. Il relitto ha ancora al suo interno i veicoli che trasportava e fa da “casa” a gruppi di pesci trombetta. Ecco un video dell’esplorazione.

Il relitto della nave Rigoletto – Fonte: blogmotori.com

Il traghetto Cariddi, l’amatissima nave che ha vissuto due volte

Il traghetto Cariddi era una nave di tipo ferroviario, voluta della Ferrovie dello Stato nel 1932. Era un mezzo rivoluzionario, perché aveva una maggiore capacità di trasporto mezzi ferroviari. Inoltre si trattava di una nave particolarmente prestigiosa, con ambienti quasi di lusso.

Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, tutte le navi delle F.S vennero usate per scopi bellici. È nel 1943 infatti che la Cariddi venne autoaffondata. La Marina Militare diede quest’ordine perché la nave era carica di materiale bellico tedesco. La nave, infatti, si ribaltò su sé stessa e rimase in acqua capovolta per sei anni.

Anni dopo, vista la necessità di più navi per la tratta Messina-Reggio Calabria, Ferrovie dello Stato decide di recuperare la nave. Dopo i lavori di ricostruzione e manutenzione, finalmente nel 1953 la nave tornò a Messina dal porto di Genova, accolta dalla popolazione con caloroso affetto.

La Cariddi effettuò un servizio lungo 38 anni, fino a quando nel 1991 Ferrovie dello Stato la pose in disarmo e la vendette alla Provincia. Una prima idea dell’Ente era quella di realizzare un museo galleggiante. Tuttavia, i costi di gestione dell’imbarcazione procurarono le prime difficoltà.

La nave rimase abbandonata e priva di utilizzo per molto tempo, fu saccheggiata e vittima anche di un incendio. La Cariddi venne anche spostata nei pressi degli approdi dei traghetti.

A lungo inutilizzata ed esposta alle intemperie la Cariddi affonda per la seconda volta nel 2006. Ed oggi è ancora lì, con una parte di poppa visibile dall’esterno.

La nave Cariddi – Fonte: wikipedia.org

Relitto Valfiorita, uno dei relitti più belli del Mediterraneo

La Valfiorita era una motonave costruita per scopi commerciali.

La storia è uguale per tutti: nel secondo conflitto mondiale ogni mezzo disponibile venne messo al servizio dello scopo bellico. Il suo compito era infatti quello di trasportare rifornimenti per le truppe italiane. Purtroppo nel ‘43, durante la tratta Messina-Palermo, viene colpita con un siluro dal sommergibile britannico HMS Ultor. Il capitano provò a raggiungere la costa, ma i danni provocati dal siluro spezzarono in due la struttura della nave.

La corrente marina fece il resto, trasportando la nave verso la costa. Ancora oggi giace di fronte l’abitato di Mortelle.

A causa dell’attacco 13 civili persero la vita e 11 militari risultarono feriti, su un totale di 67 passeggeri.

La Valfiorita è considerato uno dei più bei relitti, perché le immersioni effettuate da appassionati sub hanno dimostrato la presenza dell’intero carico di camion, autovetture e motocicli d’epoca, tutti immobili e addormentate sul fondo del mare.

Il relitto della nave Valfiorita – Fonte: ascosilasciti. com

Il Viminale, il “titanic italiano”

Il Viminale fu un transatlantico di lusso, in uso dal 1925. Secondo le testimonianze, si trattava di una nave particolarmente dotata. Disponeva infatti di cabine di prima, seconda e terza classe, di grandi saloni e perfino di acqua corrente.

Tra i suoi vanti c’è quello di aver raggiunto le coste del Giappone, viaggio considerato “difficile” per la gente del tempo. In seguito, il Viminale si occupò del trasporto di emigranti italiani per l’Australia.

Tuttavia, così come per le altre navi di cui vi abbiamo appena raccontato, anche il Viminale fu utilizzato per scopi bellici nel secondo conflitto mondiale. Trova infatti la sua fine quando viene silurata, nel 1943, al largo della costa di Palmi (Reggio Calabria) mentre effettuava il tratto Palermo-Napoli.

La nave viene totalmente dimenticata fin quando, nel 2000, un gruppo di sub esperti di Palmi la ritrova durante un’immersione.

La nave Viminale – Fonte: wikipedia.org

 

Angela Cucinotta

 

Fonti:

Rigoletto:

blogmotori.com

oloturiasub.it

colapisci.it

Cariddi:

youtube.com

ecosfera.info

Valfiorita:

ocean4future.org

Viminale:

eclipse-magazine.it

wikipedia.org

La “Lupa” dello Stretto: tra scienza e mitologia

Uno scenario inquietante, una coltre di  fumo spettrale da film horror o apocalittico; questa la sensazione che si prova  a Messina, quando la “Lupa” arriva in città.

In realtà, ogni messinese che si rispetti non verrà spaventato o sorpreso da questo evento atmosferico. La“Lupa”, infatti, si presenta spesso nello Stretto di Messina, destando più meraviglia, per l’atmosfera che si viene a creare, che sconforto o paura.

Certamente questa volta si è presentata in anticipo rispetto alla norma. Il fenomeno ha origine, infatti, dall’aria calda-solitamente quella primaverile- che incontra una superficie più fredda come quella del mare del nostro Stretto. Questo incontro genera vapore acqueo in eccesso che si condensa formando quella che è a tutti gli effetti una fitta nebbia.

©Salvatore Nucera – “la Lupa” dello Stretto,  Messina 2021

Etimologia del nome

Come detto, la “Lupa” non è una novità per gli abitanti delle città dello Stretto; per questo non mancano di certo teorie e leggende concernenti sia la scelta del termine sia la sua origine vera e propria.

Il termine si pensa possa essere ricondotto al rumore emesso dalla “brogna”, una conchiglia che gli antichi marinai utilizzavano per segnalare la presenza della propria imbarcazione quando la visibilità in mare era molto scarsa a causa della “Lupa”. Il suono infatti era assimilabile a quello di un ululato potentissimo.

Un contributo interessante ci viene offerto dallo studio della Dottoressa Grazia Musolino, storica dell’arte e dirigente della Soprintendenza ai BB. CC. AA. del Museo di Messina. Il lavoro della Dott.ssa nasce dall’ accurata analisi di un quadro di Nunzio Rossi, esposto presso il Museo Regionale: la “Madonna della Lettera tra i Santi Pietro e Paolo”.

Un’ osservazione attenta del dipinto porta alla luce un particolare interessante: sullo sfondo del quadro, guardando la costa della Calabria, è possibile notare una venatura di colore bianco che sembra ricordare la sagoma di un lupo. Questa interpretazione è legata alla leggenda di Scilla.

“La Madonna della Lettera tra i Santi Pietro e Paolo” – Fonte: Mutualpass.it

 

La leggenda di Scilla

Scilla era una ninfa che abitava la sponda calabrese del nostro Stretto. Una sera, mentre si trovava in spiaggia, emerse tra le onde Glauco, una divinità con il corpo dalle sembianze metà umane e metà di pesce.

Glauco, innamoratosi immediatamente della ninfa si avvicinò a lei, ma questa, presa dallo spavento per le sue sembianze, fuggì immediatamente. Dilaniato dal dolore e dalla vergogna, Glauco decise di rivolgersi alla celeberrima maga Circe, chiedendole un filtro magico che potesse far innamorare Scilla di lui. La maga, però, desiderando l’amore di Glauco per sé, preparò una pozione magica, che versò in mare.

Quando Scilla si immerse in acqua si trasformò in un mostro con sei teste canine lungo il girovita e, per la vergogna, andò a vivere sotto uno scoglio, emettendo di notte spaventosi ululati, simili, appunto, a quelli di una lupa.

Scilla e Glauco – Fonte: colapisci.it

Tra scienza e mitologia

Spesso le narrazioni mitologiche trovano origine da fenomeni atmosferici come in questo caso. Infatti il forte rumore provocato dal vento che soffia tra i flutti e gli scogli del versante calabrese, ha dato origine al mito di Scilla.

Probabilmente la manifestazione di questo evento veniva associato alla comparsa della nebbia, che, creando non pochi pericoli per la imbarcazioni nello Stretto, costringeva i marinai ad utilizzare la “brogna” per indicare la loro posizione. Forse il pittore Nunzio Rossi nel suo dipinto ha voluto rappresentare  proprio la “Lupa”.

Una delle tante meraviglie che lo Stretto ci regala.

 

 

Emanuele Paleologo

 

 

Fonti :

letteraemme.it

mutualpass.it

centrometeosicilia.it

 

Immagine in evidenza:

©Salvatore Nucera – la “Lupa” dello Stretto,  Messina 2021

 

La vita nello Stretto di Messina: un progetto di monitoraggio delle acque e della biodiversità

La quarantena ha significato per molti isolamento: così non è stato però per la natura che, al contrario, sembra essersi come risvegliata e aver ripreso gli spazi che le erano stati negati dall’uomo.

Anche a Messina, proprio sulla base di queste considerazioni, è stato realizzato un progetto per valutare lo stato di salute delle acque e di flora e fauna presenti nello Stretto.  La professoressa Nancy Spanò, delegata UniMe alle iniziative scientifiche a tutela dell’ambiente e del patrimonio marino, con cui abbiamo avuto il piacere di parlare, ci ha chiarito moltissime curiosità:

«Il progetto è nato da un’idea venutami in mente vedendo la grande riduzione del traffico marittimo. A questo punto ho fatto una richiesta formale al Magnifico Rettore, al Comune ed alla Capitaneria ed abbiamo iniziato (verso fine aprile) il progetto vero e proprio».

Ma di quale flora e fauna stiamo parlando? Abbiamo già visto, nello scorso articolo, il pesce spada; ma quanti conoscono cosa si nasconde davvero nelle acque dello Stretto e le creature che in silenzio lo abitano?

I coralli

Lo Stretto di Messina, grazie al suo idrodinamismo dovuto alle famose correnti, nonché alla presenza di sali di azoto e fosforo, presenta caratteristiche simili a quelle dell’Oceano Atlantico. Questo fa sì che vi sia la presenza di una flora particolare, assente nel resto delle coste italiane.

Di particolare importanza sono, nei pressi della costa calabra, le colonie di corallo nero, l’Antipathes subpinnata, un corallo rarissimo e protetto. Di nero in realtà presenta solo l’esoscheletro, mentre il resto è di colore bianco. Scoperte nello Stretto nel 2009, queste colonie sono ancora oggi la più grande foresta al mondo.

 

Fonte: Colapisci.it Foto di Francesco Turano

Accanto a questi, la Professoressa Spanò ricorda anche:

«Non ci si può dimenticare della Posidonia Oceanica, una pianta protetta dalla comunità europea. Di essa ve ne sono due vitali praterie a Capo Peloro e Pace. Ancora – sempre a Capo Peloro – c’è una parte di coralligeno, un habitat particolare inserito anch’esso come area da proteggere dalla comunità europea e in cui troviamo, tra i vari organismi, anche il corallo rosso».

La montagna di Scilla

Sempre nei pressi della costa calabra si trova la famosa “Montagna di Scilla”, una guglia rocciosa, ovvero un monolite di circa 20 metri che senza dubbio non ha eguali. Ricoperta di gorgonie bicolori, gialle e rosse, si presenta come un paradiso cromatico.

Fonte: strill.it

Continua la Professoressa Spanò, aggiungendo:

«Abbiamo effettuato campionamenti nella costa siciliana, ma anche a Scilla. Anche se dal confronto con le vecchie analisi la situazione era più o meno la stessa – e da un lato ciò è negativo – dall’altro vuol dire che lo stato di salute delle nostre acque è molto alto».

I pesci abissali e il fenomeno dello spiaggiamento

Lo spiaggiamento è un fenomeno tipico dello Stretto di Messina, favorito da correnti, venti e fasi lunari. Di particolare rilevanza è lo spiaggiamento che avviene nei mesi da ottobre ad aprile e che vede rilasciati sulla superficie grandissime quantità di pesci abissali. Questi, chiamati anche pesci batipelagici (abitanti quel tratto che si estende dai 1000 ai 4000 metri di profondità al di sotto della superficie oceanica), presentano caratteristiche particolari: bocche enormi, denti affilati, organi luminescenti. La spiegazione di queste particolarità è semplice: hanno dovuto adattarsi ad un ambiente ostile, buio e con scarsità di cibo.

 

Chauliodus sloani, la”Vipera di mare” (pesce abissale diffuso nello Stretto di Messina) – Fonte: wikipedia.org

 

La migrazione dei cetacei e la balena “Coda mozza”

Ad attraversare lo Stretto di messina sono anche i grandi giganti del mare: delfini, balenottere e capodogli. Ultimo e importante avvistamento risale proprio alla seconda settimana di giugno: si tratta della famosa balena “coda mozza”, così chiamata perché privata della pinna caudale (all’estremità della colonna vertebrale), a seguito di un taglio causato probabilmente dall’elica di un’imbarcazione. Il cetaceo, che a causa di questa mutilazione non può scendere in profondità e quindi cibarsi ingerendo plancton, continua così il suo viaggio da circa quindici anni, vagando per tutto il Mediterraneo. Di seguito il video dell’attraversamento dello Stretto:

 

I primi risultati del progetto guidato dalla Professoressa Spanò sono stati sorprendenti: «Quello che ci ha fatto pensare di essere sulla strada giusta è stato l’avvistamento nella zona sud di Messina del passaggio di tonni, un evento molto raro!» e continua affermando che«Le correnti dello Stretto sono una grande forza di dispersione degli inquinanti (streptococchi, idrocarburi etc.). Adesso si attende di inviare i dati al Ministero dell’Ambiente al fine di richiedere – con il Comune – la bandiera blu per le nostre coste».

Conclude la Professoressa Spanò: «Giusto pochi giorni dopo la riapertura, come comunità scientifica abbiamo scritto una lettera al Presidente Mattarella, al Premier Conte ed al Ministro Costa per segnalare le 10 cose più importanti da fare per l’ambiente. Un piano nazionale in cui si spazia dalla green and blue economy, alle energie rinnovabili, fino una vera e propria restaurazione degli ecosistemi terrestri e marini degradati».

Alla luce di tante bellezze, sembra infatti arrivato il momento di mettere al centro la questione ambientale, riconoscerla come priorità e valutare ciò che gli studi e i progetti, soprattutto di quest’ultimo periodo, hanno chiaramente mostrato.

Ci teniamo a ringraziare infine la Professoressa Nancy Spanò, la Guardia Costiera, il Nucleo Subacquei, l’Unità navale della Polizia Municipale, l’assessore all’ambiente Dafne Musolino e tutti coloro che hanno collaborato al progetto.

Cristina Lucà, Salvatore Nucera

Fonti: 

unime.it

agi.it

letteraemme.it

oloturiasub.it

wikipedia.org

 

 

 

…il pesce spada nasconde una storia tutta messinese?

Lo Stretto di Messina è un luogo di transito di moltissime specie marine, dai cetacei ai pesci più comuni come tonni e palamite. Protagonista indiscusso è però il pesce spada, uno dei simboli di Messina.

Ma qual è la sua storia e cosa significa davvero per la nostra città? 

Il mito del pesce spada e la tradizionale pesca messinese

Strettamente legato alla storia di Messina è il mito del pesce spada: si racconta di un popolo greco, i Mirmidoni, che nello scenario della guerra di Troia, per vendicare la morte di Achille, decisero di lasciarsi annegare in mare. A quel punto la dea marina Teti, madre proprio di Achille, li trasformò in pesci dotati di spada proprio per ricordarli come valorosi guerrieri.

Questo sembra ricollegarsi a un’abitudine propria del pesce spada che poco ha a che fare con le leggende: quando la femmina viene arpionata il maschio non la abbandona e le rimane vicino, cadendo anche lui nella trappola dei pescatori. Di questa coppia, detta “a parigghia” parla anche Domenico Modugno nella sua canzone “U pisci spada”:

E pigliaru la fimminedda, drittu drittu ‘n tra lu cori,
E chiangia di duluri.
E la varca la strascinava
E lu sangu ci curriva,
E lu masculu chiangiva.
(…)
Amuri miu,
Si tu mori vogliu muriri
‘Nsemi a tia, si tu’ mori amuri miu
Vogliu muriri.
Il pesce spada – Fonte: gds.it

 

Oggi la pesca del pesce spada rimane un evento tradizionale messinese: praticata già nel II secolo a.C. e raccontata anche dallo storico greco Polibio, vede oggi l’utilizzo di un’imbarcazione di origine araba, la Feluca (attualmente utilizzata anche con altri scopi, come in occasione della processione di San Nicola e del presepe di Ganzirri), con al bordo un equipaggio di cinque rematori più il famoso “lanzaturi”, l’arpioniere.

La pesca del pesce spada – Fonte: nauticareport.it

Un gesto di rito che accompagna la pesca è l’incisione di quattro croci sulla parte destra del corpo del pesce, detta “a Cardata ra cruci”. Si tratta probabilmente di un segno di rispetto e riconoscimento del valore di combattente proprio del pesce spada.

Un mito…di pietanza

Il pesce spada è diventato fonte di ricchezza, tanto per il commercio quanto per il palato di intere generazioni di messinesi.

Questo prodigioso pesce (la cui qualità è tra le migliori al mondo) si presta infatti a numerosissime ricette. La più tipica per Messina potrebbe essere proprio quella delle braciole di pesce spada: “muddicate” e condite con varie spezie, generano un mix di consistenze tale da poter assaporare ogni qualità del prezioso alimento.

 

Braciole di pesce spada alla messinese – Fonte: terramadre.it

Un’altra ricetta sempre gustosa e tipicamente estiva è quella che unisce al pesce spada un’altra specialità siciliana, ossia la caponata. Non tutti forse sanno che quest’ultimo alimento era infatti solito consumarsi a base di pesce, in particolare di “capone”, termine siciliano con cui si identificava la lampuga (pesce dalla carne pregiata consumata dall’aristocrazia siciliana). Questo piatto unico, unito a del buon pane casereccio, è una gustosa ricetta da poter consumare in casa nelle giornate afose o in spiaggia poco dopo un bagno rilassante.

Caponata di pesce spada, con melanzane e pomodorini in agrodolce – Fonte: giallozafferano.it

 

Ecco dunque spiegato il perché del suo ruolo da protagonista: oltre a far parte della fantastica biodiversità dello Stretto di Messina, il pesce spada porta con sé storia e usi culinari di un popolo, il nostro, che ancora una volta si mostra fedele alle proprie origini e ricco di un passato fatto di miti e tradizioni mai del tutto dimenticate. 

 

Cristina Lucà, Salvatore Nucera

Fonti:

Wikipedia.org

Discovermessina.it

La realtà sommersa di Messina: la storia raccontata dal mare

“R…estate in Sicilia” è la campagna lanciata dall’associazione FuoridiME con lo scopo di valorizzare il territorio siciliano. Messina riparte ancora una volta dal turismo e l’associazione invita tutti a dare il proprio contributo, inviando contenuti multimediali che abbiano come protagonista la Sicilia in modo da creare un tour virtuale della nostra isola.

Tutto nasce da un importante bisogno di ripartenza e da un senso di appartenenza al proprio territorio; proprio per questo noi non potevamo certo tirarci indietro.

Vogliamo quindi valorizzare quello che è il nostro patrimonio culturale e vogliamo farlo rendendo protagonista il nostro mare. Lo stesso Pascoli, parlando dello Stretto di Messina, affermava:

“Questo mare è pieno di voci e questo cielo è pieno di visioni”.

Troppo spesso considerato solo dal punto di vista della balneazione, nei suoi fondali nasconde invece secoli di storia, tesori spesso sconosciuti o dimenticati. E oggi ve ne mostreremo un assaggio.

 

Fonte: FuoridiME (Facebook)

 

Il museo sottomarino di Capo Graziano, Filicudi

Conosciamo benissimo le leggende legate allo Stretto che mostrano quanto questo mare fosse temuto da marinai e navigatori fin dall’antichità, a causa delle correnti che rendevano difficile il transito delle imbarcazioni.  La situazione è particolare nell’isoletta di Filicudi (arcipelago delle Eolie) dove – sin dai primi secoli a.C. – le imbarcazioni venivano intrappolate in una secca.

Questo ha fatto sì che oggi questo luogo sia anche un importantissimo sito archeologico, meta indiscussa di sub esperti. Ad una profondità di 45 metri si può osservare il relitto A di età greca, risalente al II secolo a.C. e il relitto G del V secolo a.C.

Oltre ai relitti troviamo numerose anfore e moltissimi reperti conservati in parte al museo Bernabò Brea, situato a Filicudi Porto, dove è possibile ammirare ritrovamenti dell’Età del Bronzo e ceramiche greco-romane e africane, a testimonianza di quanto la Sicilia fosse meta ambita sin dall’antichità.

 

Fonte: marenaturasicilia.it

 

La battaglia di Nauloco e il rostro di Acqualadroni

Sul versante tirrenico si pensa invece si trovi il famoso Nauloco, sito passato alla storia per la battaglia navale in cui Sesto Pompeo fu sconfitto da Marco Vipsanio Agrippa nel 36 a.C. Nella zona tra Milazzo e Capo Peloro, nei pressi di Capo Rasocolmo e Acqualadroni si trova infatti una struttura palafitticola che si pensa potesse essere un pontile per il carico e lo scarico delle merci, riconducibile proprio al Nauloco (il cui termine significa appunto “rifugio per le navi”).

A prova di ciò sono i famosi ritrovamenti del relitto di Capo Rasocolmo (componenti metalliche della nave, monete della Roma pompeiana e una lamina di bronzo, probabilmente un collare di uno schiavo, sulla quale è leggibile il cognomen di Pompeo). Nel 2008 inoltre fu ritrovato nella zona di Acqualadroni un rostro in bronzo (oggetto montato sulla prua per colpire e affondare le navi nemiche) probabilmente legato alla battaglia e appartenente alla flotta di Pompeo. Il rostro, decorato con spade utilizzate già nelle armate greche, è situato oggi all’interno del Museo Regionale di Messina.

 

Rostro in bronzo. Fonte: marine-antique.net

La Bowesfield e la Valfiorita

Due relitti sono presenti ancora oggi nei fondali dello Stretto: uno di questi è la nave mercantile britannica Bowesfield, soprannominata la “Nave di Faro“. Diretta inizialmente a Bari, affondò poco distante da Capo Peloro nel 1892 a causa delle cattive condizioni meteo marine ed è oggi una delle mete più ambite dai subacquei di tutta Italia, poiché ancora in perfette condizioni (è possibile visitarne le stive e il ponte di comando).

 

 

Altro reperto importante è la motonave Valfiorita, nata per usi commerciali e utilizzata successivamente a scopo militare durante la Seconda Guerra Mondiale. Diretta a Palermo, viene attaccata da un sommergibile inglese e affonda nel 1943 nei pressi di Mortelle dove si trova tutt’ora. Oggi diviene invece meta importante, ma per subacquei particolarmente esperti a causa delle difficoltà dovute alla profondità, alle correnti e alle varie reti presenti nel relitto.

 

Motonave Valfiorita. Fonte: untuffonelblu.com, foto di Marco Bartolomucci

 

Il traghetto Cariddi

Una storia particolare che merita attenzione è invece quella del Cariddi, traghetto di tipo ferroviario costruito nel 1932 a Trieste, con un innovativo sistema di propulsione che garantiva maggiore efficienza rispetto ai mezzi utilizzati precedentemente. Viene affondato durante la Seconda Guerra Mondiale e ristrutturato successivamente. Nel 1992 è acquistato dalla Provincia di Messina per essere trasformato in un museo galleggiante. Questo però non avviene e, dimenticato, affonda nel 2006 nel Porto di Messina sotto gli occhi incuranti della città.

 

Il traghetto Cariddi. Fonte: nauticareport.it, foto di Vincenzo Annuario

 

Molti di questi reperti, che costituiscono una parte importante del patrimonio culturale della città, sono oggi nascosti o dimenticati e sarebbe invece importante valorizzarli, realizzando ad esempio un museo del mare ancora oggi assente nella città di Messina.

Bisognerebbe insomma far sì che risultino vere le parole di Pascoli, che citiamo nuovamente:

Tale potenza nascosta donde s’irradia la rovina e lo stritolio, ha annullato qui tanta storia, tanta bellezza, tanta grandezza. Ma ne è rimasta come l’orma nel cielo, come l’eco nel mare. Qui dove è quasi distrutta la storia, resta la poesia”

Fare in modo dunque che questo mondo e questa realtà, se pur “sommersi”, non vengano dimenticati ma siano piuttosto l’eco di battaglie e vicende che hanno visto la nostra terra e – soprattutto – il nostro mare protagonisti indiscussi di secoli di storia, una storia che ha portato alla creazione di miti, leggende, racconti e alla realtà che viviamo oggi.

Cosa aspettiamo per valorizzare tutti questi tesori?

Cristina Lucà

Fonti:

wikipedia.org

tempostrettotv.it

turismoeolie.com

guideturistichemessina.it

Tra mito e scienza: le due facce di Messina

La Sicilia è da sempre terra di miti e leggende: ci siamo mai chiesti però cosa ci sia alla loro origine?

Fin dalla notte dei tempi l’uomo si pone delle domande, molte delle quali aventi oggi risposte scientifiche. È chiaro però che lo stesso non accadesse per gli antichi, che trovavano nei racconti mitologici un modo per rispondere a moltissimi quesiti, soprattutto riguardanti fenomeni naturali inspiegabili.

Vediamo insieme come alcune delle leggende siciliane più famose siano proprio nate da un’esigenza di trovare delle risposte e come invece, oggi, proprio queste risposte siano state date.

Scilla e Cariddi

Presenti già nei poemi omerici, queste due figure vengono descritte come mostri marini presenti nello Stretto di Messina. Sulla costa calabra si trovava Scilla, ninfa trasformata dalla maga Circe in mostro marino dalle sei teste, mentre lungo la costa sicula si trovava Cariddi, figura mitologica trasformata da Zeus in mostro marino dalla gigantesca bocca e punita così per la sua voracità. Si pensava che Cariddi ingoiasse le navi per poi rigettarle in mare contro Scilla.

Fenomeno dell’Upwelling. Fonte: Tempostretto

Oggi sappiamo che Scilla non è altro che uno scoglio presente nella costa calabrese, mentre Cariddi un gorgo (vortice creato dalle correnti). Infatti, le correnti dello Stretto causavano parecchi problemi alle imbarcazioni più antiche, tali da dare origine alle due figure mitologiche.

Nello Stretto si incontrano il Mar Ionio e il Mar Tirreno, bacini con acque completamente differenti che creano quindi particolari fenomeni idrodinamici: quando l’uno presenta l’alta marea rigetta le sue acque nel bacino vicino, che si trova invece in fase di bassa marea, e viceversa. Questo fenomeno è noto come “Upwelling”.

La fata Morgana

Frederick Sandys, La fata Morgana

Il personaggio, legato alla mitologia anglosassone, è presente anche in una versione Normanna, che vede la fata stabilita proprio nello Stretto di Messina. Si raccontava che questa si divertisse a ingannare tutti coloro che volessero giungere in Sicilia dalla Calabria. Tra questi, un re arabo che si trovava sulle coste calabre quando la fata gli fece credere di poter quasi toccare la terra siciliana facendo anche un solo passo: le coste gli apparvero quindi molto più vicine e il re decise di gettarsi in acqua per raggiungere l’altra sponda finendo così per annegare.

Fonte: Il Messaggero

Questa leggenda si rifà a un fenomeno atmosferico:  quando la temperatura dell’aria vicina al suolo è minore di quella sovrastante si crea una differenza che fa sì che la luce non segua la sua direzione usuale ma venga rifratta, creando così un effetto ottico o miraggio che fa apparire gli oggetti lontani molto più vicini.

Questo fenomeno è conosciuto ancora oggi come fenomeno della Fata Morgana proprio in riferimento alla leggenda normanna.

La grotta dei Ciclopi a Milazzo

La leggenda vuole che sia ambientata proprio a Milazzo la scena dell’Odissea in cui Ulisse incontra Polifemo. Questa credenza veniva confermata sia dalla presenza di una grotta, sia dall’ipotesi che gli antichi abitanti siculi avessero trovato degli scheletri con un foro al centro del cranio, al tempo attribuiti a una possibile origine ciclopica.

In realtà, i crani appartenevano a una particolare specie preistorica, gli elefanti nani. Le dimensioni ridotte rispetto alle altre specie sono dovute al cosiddetto “nanismo insulare”: fenomeno diffuso nelle zone con comunità isolate, nelle quali i continui incroci tra consanguinei sono la regola.  I siciliani del tempo non riuscendo però a spiegarsi a chi potessero appartenere i reperti, scambiarono il foro per la proboscide con l’occhio centrale del ciclope e giunsero a questa bizzarra conclusione.

Colapesce

Soffitto del Teatro Vittorio Emanuele (Messina),  Renato Guttuso. Fonte: Normanno

Un’altra famosissima leggenda è quella di Colapesce, un giovane siciliano, Nicola, che amava trascorrere le sue giornate in mare alla ricerca di tesori. Per questo motivo il re Federico II lo volle mettere alla prova, lanciando in mare oggetti preziosi e chiedendo al ragazzo di riportarli indietro. Durante uno di questi tentativi Colapesce, così soprannominato per la sua abilità nel destreggiarsi in acqua, si accorse che la Sicilia poggiava su tre colonne, una delle quali, vicino a Messina, consumata. Egli rimase dunque in mare a sorreggere quella colonna: si pensava che a far tremare la terra tra Messina e Catania in alcuni giorni fosse appunto il giovane che cambiava il lato della spalla sul quale poggiava la colonna, stanco per la fatica.

Oggi esistono numerosissimi studi sulla sismicità della zona messinese. Uno in particolare, pubblicato su Nature Communications, mostra anche una correlazione tra attività sismica ed eruzioni vulcaniche.

“Le faglie lungo le quali risale il mantello della Tetide”, spiega la coordinatrice della ricerca Alina Polonia,  “controllano anche la formazione del Monte Etna, dimostrando che si tratta di strutture in grado di innescare processi vulcanici e causare terremoti. Queste faglie, infatti, sono profonde e lunghe decine di chilometri, e separano blocchi di crosta terrestre in movimento reciproco”.

Nonostante quanto detto trovi ormai una spiegazione scientifica, queste leggende e credenze continuano ad essere raccontate e tramandate: forse perché per secoli hanno contribuito alla formazione di un’identità culturale, o forse perché hanno ancora oggi la capacità di affascinare coloro i quali si soffermino ad ascoltarle.

Cristina Lucà

… il nostro Stretto ha nutrito il mito di Scilla e Cariddi?

fonte foto: https://viaggi.fidelityhouse.eu/stretto-di-messina-55656.html

Oggi possiamo ben dire che passare lo stretto di Messina sia una passeggiata: a migliaia ci spostiamo dalla sponda sicula a quella calabra, e viceversa, ogni giorno in pochissimo tempo. Senza contare poi tutte le imbarcazioni, di ogni genere, che continuamente lo attraversano da nord a sud.

Eppure, in  passato questo tratto di mare era considerato fra i più pericolosi. Correnti, gorghi e le fredde acque che lo contraddistinguono spaventavano molto i navigatori. Oggigiorno sappiamo che si tratta di fenomeni dovuti al fatto che lo Stretto sia punto di incontro tra due mari: il Tirreno e lo Ionio. Due mari che hanno caratteristiche fisico-chimiche diverse: a livello di temperatura, di salinità e di densità delle acque; inoltre, quando il mar Tirreno si trova in fase di bassa marea, quello Ionio presenta alta marea, e viceversa. Accade dunque che le acque dei due bacini si mescolino: in fase di corrente “scendente” le acque tirreniche si riversano nel bacino ionico; in fase di corrente “montante”, al contrario, le acque ioniche invadono il bacino tirrenico. Tale mescolarsi delle due masse d’acqua dà vita a diversi fenomeni, quali appunto gorghi e vortici, ma anche scale di mare, garofali e macchie d’olio.

In antichità, ovviamente, non si aveva consapevolezza di tutto ciò e tali eventi, allora inspiegabili, venivano ricondotti alla mitologia. Si pensava, infatti, che in tale porzione di mare che separa la nostra isola dal continente, albergassero due mostri marini: Scilla e Cariddi.

fonte foto: https://www.guidasicilia.it/rubrica/la-leggenda-di-scilla-e-cariddi/3003894

Scilla era una bellissima ninfa, solita passeggiare sulla spiaggia di Zancle e fare il bagno nel mare. Un giorno, il dio marino Glauco la notò e se ne innamorò perdutamente, al tal punto da respingere Circe. Fu così che la maga si vendicò, trasformando la ninfa in un essere mostruoso con dodici piedi e sei teste di cani rabbiosi attaccate alla vita. Da quel momento, Scilla si nascose sulla costa calabra, là dove essa protende verso la Sicilia, seminando terrore sulle navi che si trovavano a passare da lì.

Anche Cariddi era stata una bellissima ninfa, forse figlia di Poseidone e Gea. La sua voracità l’aveva portata a rubare e divorare i buoi di Eracle, di passaggio dallo Stretto. Per questo Zeus l’aveva trasformata in un mostro marino, che risucchiava e risputava una grande quantità di acqua  tre volte al giorno, facendo così naufragare le imbarcazioni che passavano nei pressi di Capo Peloro, dove era collocata.

Si credeva, dunque, che passare per quello che oggi conosciamo come l’”innocuo” e tranquillo Stretto di Messina, significasse passare in mezzo a queste mostruose e terribili creature, poste l’una di fronte all’altra. Bisognava, anzi, scegliere vicino a quale delle due transitare. Come dovette fare Ulisse (così ci narra Omero nel XII libro dell’Odissea): temendo che Cariddi distruggesse la sua nave, decise di passare vicino a Scilla; una volta lì, tentò di fronteggiarla con le armi, ma il mostro agguantò e divorò sei dei suoi uomini. Successivamente, Ulisse si trovò comunque ad affrontare anche Cariddi: dopo che Zeus distrusse la sua nave e disperse i suoi compagni per aver osato violare le vacche di Helios, egli si trovò nei pressi di Cariddi, alla quale riuscì a sfuggire miracolosamente aggrappandosi ad un fico riemerso dalle acque.

Ma quella di Scilla e Cariddi è solo una delle tante leggende che sono nate intorno allo Stretto di Messina, da sempre luogo ricco di fascino e suggestione…

Francesca Giofrè

 

… dietro il fenomeno della “Fata Morgana” si nascondono antiche leggende?

Fin dai tempi dei primi colonizzatori greci lo Stretto, porta della Sicilia, è il posto in cui il confine fra la natura e il sovrannaturale diventa sfumato; così, le tempeste e i gorghi che si inghiottono le antiche navi diventano opera di terribili creature divoratrici di uomini, e i capricciosi venti che ne increspano le acque sono i figli del dio Eolo che dimora nelle vicinanze; ogni fenomeno naturale che riguarda lo Stretto trova sempre la sua spiegazione nel mito.

Forse il più spettacolare di questi fenomeni è quello della cosiddetta Fata Morgana, che si osserva comunemente su entrambe le sponde dello Stretto nei mesi torridi dell’estate, quando sulla sponda opposta appaiono immagini tremolanti nelle quali si riconoscono alberi, palazzi, figure che possono far sembrare all’osservatore la terraferma più vicina di quanto non sia.

Niente più che una questione di fisica: in particolari condizioni atmosferiche la luce viene curvata dal passaggio attraverso diversi strati d’aria a diverso indice di rifrazione, dando origine ad un effetto ottico molto simile ai miraggi del deserto. Ma questo gli antichi non lo sapevano, ed è per questo che si è diffusa la leggenda della Fata Morgana.

La storia della Fata Morgana ha origini antiche ed ignote: le prime attestazioni dell’uso di questo nome per descrivere il fenomeno risalgono al Seicento, ma la storia ha probabilmente radici più antiche, che affondano nel medioevo cavalleresco. Morgana infatti è la fata delle acque del ciclo arturiano, sorellastra di re Artù: vive in un castello di cristallo nascosto sotto le acque del mare, e con le sue illusioni porta alla rovina i naviganti. Legata al fratellastro Artù da un rapporto ambiguo di amore e odio, è la prima causa della distruzione del suo regno; ma, alla fine dell’ultima battaglia del re, riconciliatasi col fratello morente, è lei che lo trae in salvo portandolo nella magica isola di Avalon, cura le sue ferite e lo mette a riposare, nascosto sotto una montagna incantata, in attesa del giorno del suo glorioso ritorno.

Ma che ci fa un personaggio della mitologia celtica nella mediterranea Sicilia del mito omerico?

Probabilmente le leggende del ciclo arturiano sono arrivate in Sicilia al seguito dei re normanni. È infatti Gervasio di Tilbury, storico inglese al servizio del re Guglielmo sul finire del XII sec., che per la prima volta identifica nel vulcano Etna la sede dell’ultima dimora di Artù. La leggenda, ripresa da diversi altri autori medievali, si arricchisce di elementi nel tempo: la mitica Avalon sarebbe la Sicilia e l’Etna sarebbe quindi il monte incantato dove Morgana ha trasportato Artù.

È per difendere il riposo del re da eventuali intrusi che Morgana mette in atto i suoi potenti incantesimi. La troviamo quindi in diverse leggende in cui difende la Sicilia dagli invasori, facendo apparire ai comandanti nemici, giunti sulle sponde della Calabria, la terraferma talmente vicina da spingerli a buttarsi a mare per raggiungerla a nuoto, annegando miseramente; o ancora, in una altra versione della storia, è lei che offre il suo aiuto addirittura al conte Ruggero per liberare la Sicilia dai saraceni; aiuto che Ruggero, devoto al Dio dei cristiani più che a una fata pagana, cortesemente rifiuta…

Come spesso succede, quindi, storia locale e tradizioni di terre lontane finiscono con l’intrecciarsi e confondersi nelle acque dello Stretto, crocevia di popoli e di miti.

Gianpaolo Basile